ah, ma le Crociate…

La notte è silenziosa...

Barcellona…oggi pomeriggio ennesimo attacco alla nostra civiltà occidentale,
fondata sui valori cristiani, ormai avversati e combattuti dagli stessi europei…
come non potevano prendere il sopravvento i musulmani, l’Islam…
una guerra che dura da secoli…da 14 secoli…
chi legge la storia, non solo sui libri di testo scolastici, lo sa…lo capisce…
che ci piaccia o no, che siate religiosi, credenti, non credenti, laici, laicisti, atei…
come meglio vi piaccia catalogarvi, sappiate che la vostra storia inizia da lì…
due stirpi…una benedetta e una maledetta…che vi piaccia o no, da secoli in guerra…
ma la guerra violenta, di conquista, cattiva non è quella della Chiesa cattolica…
no, è quella dell’Islam…o capiamo questo o saremo conquistati…
Le crociate della Chiesa furono guerre per difendere i popoli cristiani,
per difendere i confini dell’Europa che oggi vediamo crollare giorno dopo giorno…
vediamo crollare sotto ideologie nichiliste, relativiste…
l’uomo senza Dio, senza credere nel mistero della…

View original post 163 altre parole

Accadde a Mezzagosto

Elena mi scrive ed io pubblico per non dimenticare Dominick di cui domani ricorre l’anniversario del suo ritorno alla casa del Padre. Di lui avete già sentito parlare su questo blog. Buona festa dell’Assunta amici cari. Lucetta

“Cara Lucia , solo per non dimenticare. Un caro abbraccio.”

Accadde a Mezzagosto

 

E fu già tramonto

Grappoli di stelle
scesero sulla rena
già calda di dolore
e lacrime pentite
sparse l’onda sull’ala
spezzata del dormiente.

E fu già tramonto
il volger del mattino
a mezzogiorno.

Palpito di vetta
e abisso di sventura
s’inarcarono
nel sol calante
camelie bianche nelle mani
in canto di preghiera.

Nel ciel di ogni aurora
vive il giusto
il sonno più profondo
il suo respiro
armonia di luce
nei campi dell’Eterno.

La mamma di Dominick

(Elena Salvatore Ferrante)

EDITH STEIN

 

 

“L’essenziale è solo che ogni giorno si trovi anzitutto un angolo tranquillo in cui avere…..un contatto con Dio, come se non ci fosse nient’altro al mondo….” Edith Stein

Oggi ricorre l’anniversario del ritorno alla casa del Padre di Edith Stein. Mi piace ricordare la sua figura di filosofa, carmelitana, con alcune delle sue frasi che dimostrano quanto amasse la VERITA’. Un saluto a coloro che passano. Lucetta

Chiamiamola semplicemente vita.

Betania's Bar

Elliott Erwitt: “Cracked glass with Boy”

Rilanciamo qui un bell’articolo pubblicato sul numero di luglio di Cittànuova che ci parla con arguta semplicità dei nostri insuccessi e sul modo più umano di considerarli: “è la vita”. Grazie alla brava ELENA GRANATA.

La vita alle volte ci mette al tappeto. Sferra un tale colpo che siamo tentati di non rialzarci più. Alziamo il braccio in segno di resa. Cos’altro ci può ancora capitare?

Può essere la perdita improvvisa del proprio lavoro, un amore finito troppo presto, un insuccesso scolastico, la vana ricerca di un lavoro, trovarsi a ricominciare tutto da capo.

Allora l’impotenza ci prende alla gola e ci paralizza. Il mondo intorno a noi non ci aiuta: che penseranno gli altri di noi? Il giudizio ci pesa come un macigno.

Ci affrettiamo a nascondere ogni debolezza. Un figlio che va male a scuola diventa un problema familiare intorno a cui fare calare…

View original post 354 altre parole

La compassione

Oggi ho avuto la possibilità di collegarmi anche dalle terme e quindi vi lascio un saluto con questo post del Betania’s Bar che è stata per me un’iniezione di incoraggiamento a continuare nel lavoro di sradicamento dell’egoismo.

Betania's Bar

William Adolphe Bouguereau – Compassion (1897)

Quello che succede nella vita … drammi, fatiche, gioie, soddisfazioni… ti aiutano a capire ogni volta qualcosa in più di te stesso, ad andare sempre più in profondità del tuo essere.

E se riesci a vivere fino in fondo queste esperienze, se riesci, magari anche con l’aiuto di qualcuno, a digerirle e a metabolizzarle, ti accorgi ad un certo punto che la vita ti ha fatto un dono enorme: la compassione!

Mi sono resa conto però che non sempre può risultare un dono gradito … a volte diventa un peso enorme da portare sulle spalle quando il dolore che leggi negli occhi dell’altro arriva a stritolarti le carni, a farti mancare persino il respiro e allora rinunceresti volentieri a questo regalo inatteso e non voluto … poi capisci quanto sei fortunato perchè il sentire l’altro ti porta inevitabilmente e più facilmente a dimenticare te…

View original post 9 altre parole

Frammenti di ricordi…. (la strada)

Un saluto a tutti, vi auguro buone vacanze con questo post scritto da Elena. Parto per le solite cure termali e ci ritroveremo, se Dio vuole , in Agosto. Un abbraccio. Lucetta

La strada, ai tempi della sua fanciullezza, era l’ arena dove il gioco, fatto nella libertà di muoversi a piacimento anche correndo il rischio di farsi seriamente male, responsabilizzava più di qualsiasi avvertimento e dove, quasi inconsciamente, si apprendeva l’arte del vivere , del cimentarsi in abilità senza sopruso , in creatività e inventiva senza superbia.

Ognuno esprimeva il proprio talento, la propria capacità e anche il meno dotato o il più debole, rimaneva pur sempre compagno di squadra e alla fine, vincitori e vinti condividevano la gioiosità del gioco che educava al rispetto del merito senza l’invidia che degenera in cattiveria.

Allora non c’era l’abbondanza dei giocattoli di oggi; solo presso le famiglie più abbienti circolava qualche bambola, una palla , un sonaglietto una piccola fisarmonica; i giocattoli si creavano con poche cose : una ruota di bicicletta rotta che si faceva girare guidata con una lunga stecca di metallo; sedie disposte in modo da fungere da trenini, trottole che giravano più o meno a lungo a seconda della abilità con cui venivano lanciate , giochini di grande abilità con i sassolini di varia grandezza , campi improvvisati di bocce di pietre, bambole di pezza che diventavano damigelle, recite all’aperto con le belle statuine.

Si costruivano fischietti con noccioli di albicocche, zufoli con canne bucate ad arte, suole di scarpe di pezza fatte con spaghi, fondi di bottiglie colorate che fungevano da gioielli etc. Il gioco del nascondino però, era il più divertente perché impegnava in fantasia , abilità a non farsi scoprire e velocità a raggiungere la meta e diventava sempre più affascinante ed attraente a mano a mano che iniziavano a scendere le prime ombre della sera. . Per non parlare del gioco della campana che impegnava intere mezze giornate e affascinava a tal punto che all’ora di pranzo o cena si veniva richiamati più volte prima di smettere il gioco.

La lista sarebbe lunghissima e quasi inverosimile da accettare oggi anche alle fantasie più sfrenate.
Per carità , nulla da obiettare alle mille conquiste, fatte nel tempo ,che hanno apportato benessere , civilizzazione, presa di coscienza dei propri diritti e non solo dei doveri, come allora, conquiste igieniche e sanitarie che hanno debellato malattie mortali o altamente debilitanti. Ciò nonostante, il mondo di oggi lo si potrebbe definire come una bellissima sfera di cristallo nel cui interno si possono intravedere infinite meraviglie abbaglianti in promesse che lasciano sognare come se si potesse volare senza ali e che facilmente trascinano in visioni illusorie che sopiscono ogni stimolo di conquista e presa di coscienza.

Così diventa facile pensare che tutto sia dovuto, che subito, dietro l’angolo, a pochi passi dal desiderio, ci siano montagne di ogni ben di Dio inesauribili, da consumare sfrenatamente, senza dettami o presa di coscienza, senza sapere invece che, dall’altra parte del nostro limitato orizzonte mentale, ci sono sconfinati deserti di umanità che urlano misericordia. Ma la cosa ancor più grave è che basterebbe un lievissimo movimento, come lo spostamento d’aria di una foglia d’autunno che cade, per frantumare la sfera in mille schegge di umanità sprovveduta di ogni capacità di ricucirsi per sopravvivere.

Elena Salvatore Ferrante

 

Frammenti di ricordi ( l’estate ……)

D’estate la vita del paese sembrava un teatro all’aperto .

Il silenzio della notte veniva rotto dalle prime luci che si coloravano di vita , con i rintocchi delle campane che, quasi come un inno alla vita, invitavano al ringraziamento e alla operosità di un nuovo giorno; il loro suono argentino poi, si andava confondendo con il ragliare di asini , lo zoccolare dei cavalli , il vociare dai vicoli o dalle case con porte sempre aperte come se ogni casa fosse la stanza di un unico, grande palazzo.

Le vie sembravano tappeti dalle mille sfumature di colori con disegni che raccontavano la quotidianità di una vita semplice e che creavano fantasie degne di un quadro dell’Impressionismo “en plen air.” Tavole di legno spalmate di salsa di pomodoro appena cotta e messa a seccare al sole. Sdraiati su graticci di canne o di giunchi, come tanti bagnanti in costumi variopinti, fichi profumati si offrivano polposi e zuccherini al sole cocente per lasciarsi essiccare per poi farsi esaltare nel gusto con mandorle o noci e lasciarsi confezionare da mani sapienti in crocette o infilati in lunghe stecche di canna , da consumare durante le lunghe serate invernali attorno al fuoco mentre si ascoltava stupiti i racconti di favole o le imprese di antichi eroi della letteratura e delle leggende , raccontate con tono cadenzato, a lunghe pause , per stimolare l’attenzione, la fantasia e la curiosità dei più piccoli.

Peperoni rossi e carnosi, spaccati in due come tanti cuori aperti al bacio del sole o infilati con lo spago per il gambo, a creare lunghi filari , appesi, come collane, sui muri esterni delle case ad essiccare per poi essere conservati per l’inverno; lunghi teli incerati stesi davanti alle case o negli slarghi più vicini, su cui si spandeva il granturco sgranocchiato o in pannocchie o, mandorle da seccare per liberarle più facilmente dalla buccia.

Le stradine si riempivano di voci, di panni stesi al sole che, sventolando, disegnavano nell’aria storie di vita, ricche di fatica e di rassegnazione, di gioiosità e di speranza. Le galline, girovagavano per i vicoli silenziose o, starnazzando, attiravano l’attenzione, incrociandosi , con papere , pulcini, qualche gatto o cane randagio e , ognuno, nel proprio linguaggio, contribuiva a creare cori multicolori che mettevano allegria come un moderno karaoke.

Gli spiazzi diventavano, in alcune ore del giorno, salotti , circoli o veri e propri laboratori all’aperto dove le persone di ogni età si soffermavano a seconda della disponibilità di tempo e l’ora della giornata, a scambiare pareri , a commentare i fatti del giorno o ad eseguire con mani esperte lavori di artigianato. Mani nodose, , con sapienza antica, impagliavano sedie , cardavano la lana, vagliavano il grano, lavoravano la paglia per creare cestini per il pane o la frutta, lavoravano trine , rattoppavano panni lisi dal lavoro e dalla miseria ; le più giovani, sognando, ricamavano il corredo, le nonne, sdentate , rugose, sempre rigorosamente vestite di panni scuri o neri quasi a testimoniare lo scorrere del tempo e la sua usura , silenziose partecipavano con abbozzi di sorrisi alla vita che le circondava. Le più arzille o intraprendenti intrattenevano i più piccoli con racconti di storie o canti antichi che evocavano rimpianti nostalgici. Dagli interni, là dove c’era un piccolo nato, a tratti, arrivava il canto armonioso di una ninna-nanna, creando una atmosfera quasi magica sospesa in quell’aria dolce e brillante che sapeva di comunione , di pace , di serenità, e che sembrava alleggerire ogni preoccupazione che pure esisteva nel cuore di quella vita fatta molto spesso di rinunce e di forzato adattamento ma

che riusciva a respirare nel calore di una tranquilla solidarietà che creava unione affettiva profonda. D’ estate, quando la calura si fa sentire come una morsa, all’ombra delle case , in disparte, seduti su muretti , i vecchietti consumavano il loro tempo raccontando fatti lontani , rivivendo la loro giovinezza in espressioni vive che marcavano ancora di più l’intarsio delle rughe sul viso, esaltando il ricordo nei toni della voce e nei lampi improvvisi dello sguardo.

I vicoli parevano corridoi lunghi e tortuosi o corti e ciechi ; a volte si intersecavano con dirupi, orti o piccoli giardini o terminavano con scalinate esterne delle case……

Elena Salvatore Ferrante

La Trinità

Oggi è la festa della santissima TRINITA’ :un mistero per noi. Ho trovato nel web questa omelia e la voglio condividere con voi che passate. Buona festa. Lucetta

“E’ sicuramente uno dei temi più delicati e difficili da affrontare.

Come possiamo pretendere di “spiegare” ciò che è assoluto, infinito, onnipotente.

Vorrebbe dire ridurre Dio alle nostre piccole categorie mentali.

L’ «essere di Dio» non sta alla nostra portata. (Castillo)

Di Dio possiamo parlarne soltanto “sottovoce”. Con profonda saggezza Simone Weil  diceva: “parlami di Dio tacendo”.

Pensiamo quante volte nella nostra vita quotidiana ricordiamo il mistero della Trinità:

–         Nel segno di croce…nel nome del Padre, del figlio…

–         Nella preghiera…Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito santo….

–         Nel Credo…Credo in Dio Padre…credo in Gesù cristo…nello Spirito Santo

Per noi cristiani credere in Dio, vuol dire credere nel Dio di Gesù di Nazareth.

Gesù non ha mai cercato di spiegarci chi è Dio con un concetto. Non ha mai detto che “Dio è l’essere perfettissimo …”. Per “dire” Dio invece ha usato due nomi molto famigliari: “Padre e figlio”. E di loro ci racconta che vivono uno per l’altro, come un abbraccio: “Io e il Padre siamo una cosa sola”. E ai suoi discepoli ha detto: “ vi manderò lo Spirito Santo”. E lo rappresenta con le immagini del vento, del fuoco, del respiro, dell’anima.

Per Gesù la Trinità non è un concetto da capire, ma un dono da accogliere, un mistero da contemplare.

Che cosa vuol dire allora credere in un Dio che è Trinità?

Un grande filosofo contemporaneo Martin Buber inizia la sua opera più importante Il principio dialogico con le parole: “All’inizio è la relazione…”.

Credo che sia la più bella definizione della Trinità.

Per Gesù il mistero della Trinità non è una astrazione, una formula. E’ invece una realtà meravigliosa.

Con la sua vita e con il suo insegnamento Gesù ci ha raccontato un Dio che è

relazione, comunione, amicizia, incontro, abbraccio. Un Dio plurale.

Un Dio che è nello stesso tempo identità e alterità.

Il Dio di Gesù non è il “motore immobile” di Aristotele, non è nemmeno l’essere perfettissimo del catechismo.

E’ invece un Dio-Abbà-papà. Un Dio che ama, che piange, che soffre, che perdona, che accoglie, che comprende.

E’ un Dio che mi vuole felice, che mi vuole libero, sereno, pienamente umano.

E’ un Dio che percepisco come energia, come forza nel momento in cui anch’io cerco di vivere come relazione, come amore, come dono, come accoglienza.

 

La Genesi infatti ci dice che l’uomo è stato creato a immagine di Dio.

Quindi se Dio è relazione, anch’io sono relazione.

«Il nostro “io” –diceva Hannah Arendt – è un “io plurale”».

Ognuno di noi è un “incrocio” di relazioni: con se stessi, con gli altri, con il creato, con l’Assoluto.

Se voglio essere veramente me stesso devo cercare di vivere in modo profondo le mie relazioni. E se voglio vivere pienamente la mia umanità devo cercare di essere comunione, dialogo, incontro.

 

Qual è l’immagine umana più bella della Trinità?

Forse l’immagine di una mamma e un papà che abbracciano la loro creatura.

L’amore vero e profondo è sempre trinitario, perché genera vita. Le amicizie più belle sono quelle che ci aiutano ad aprirci agli altri, a creare sempre nuove relazioni.

Quando è infatti che siamo tristi?

Quando non riusciamo ad avere o a coltivare relazioni che ci aiutano a star bene. Quando ci rinchiudiamo in noi stessi, quando tagliamo i ponti con tutti, facilmente cadiamo nella depressione. La nostra vita diventa un inferno.

 

Uno dei drammi della nostra società è proprio la solitudine.

Pensiamo alle nostre città, pensiamo ai tanti nostri anziani. Quanta solitudine, quanta sofferenza.

Perché la solitudine ci fa paura?

Perché è contro natura.

Non siamo fatti per essere soli. Abbiamo bisogno dell’altro. Siamo tutti mendicanti di affetto, perché stiamo bene, solo quando abbiamo accanto qualcuno che ci vuole bene.

Come cristiani, fin da bambini, ci hanno insegnato a fare spesso durante la giornata il segno di croce.

Non è un segno magico scacciamalanni e nemmeno un portafortuna.

E’ invece un fare memoria che il nostro Dio è il Dio della relazione.

E’ il Dio che scopro come “Padre” ogni volta che guardo un fiore e provo lo stupore della bellezza.

E’ il Dio che percepisco come “Figlio” ogni volta che anch’io come Gesù mi inginocchio di fronte all’altro per regalarli un sorriso.

E’ il Dio che sento come vento leggero dello Spirito, quando cerco di volermi bene e scopro che il divino è dentro di me.

 

Ma credo che possiamo leggere tutto questo anche in modo molto più laico.

Forse certi giorni ci succede di non aver mai fatto nemmeno un segno di croce e neanche di aver mai pensato a Dio.

Secondo il Vangelo, se nella giornata abbiamo regalato un sorriso a qualcuno, se abbiamo asciugato una lacrima, se siamo andati a trovare un malato, se ci siamo fermati davanti ad un disperato, abbiamo fatto esperienza del Dio-Trinità. “

Pentecoste: vieni Spirito Santo

Vi auguro di essere ricolmati dei doni dello Spirito Santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timore di Dio. Vi lascio questa sequenza per domani, festa di Pentecoste.  Un abbraccio a tutti. Lucetta

 

Invocazione allo Spirito Santo
Vieni, Santo Spirito,
manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce.

Vieni, padre dei poveri,
vieni, datore dei doni,
vieni, luce dei cuori.

Consolatore perfetto,
ospite dolce dell’anima,
dolcissimo sollievo.

Nella fatica, riposo,
nella calura, riparo,
nel pianto, conforto.

O luce beatissima,
invadi nell’intimo
il cuore dei tuoi fedeli.
Senza la tua forza,
nulla è nell’uomo,
nulla senza colpa.

Lava ciò che è sordido,
bagna ciò che è arido,
sana ciò che sanguina.

Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
drizza ciò ch’è sviato.

Dona ai tuoi fedeli
che solo in te confidano
i tuoi santi doni.

Dona virtù e premio,
dona morte santa, dona gioia eterna.