IL CLOWN

IL CLOWN
Perché la mia bocca è larga di riso /e la mia gola profonda di canto, / tu non credi che io soffra / trattenendo in me il mio dolore? / Perché i miei piedi sono gioia di danza, / tu non sai che io muoio!
Langston J. Hughes


Chi non ricorda lo straziante protagonista Calvero di Luci della ribalta di Charlie Chaplin (1952), emblema dolce e tenero dell’altruismo incarnato da questo vecchio artista londinese del varietà, che era stato preparato dall’amara solitudine dello Charlot di un altro film, Il circo (1928), storia di un clown tenero e innamorato ma sconfitto? A questa costante parabola del pagliaccio, che fa ridere grandi e piccini mentre ha la morte nel cuore, rimandano anche i bei versi che ho tratto dalla poesia che s’intitola appunto Pagliaccio nero dell’americano Langston J. Hughes (1902-67), un poeta divenuto l’interprete sensibile della cultura e dell’isolamento dei neri d’America.

Non c’è bisogno, però, di entrare in un circo o nel quartiere di Harlem, ove viveva Hughes, per scoprire – forse anche in noi stessi – la verità di queste parole. Quante volte siamo stati costretti a sorridere e a gettarci nella turba vociante di una festa, mentre dentro il cuore custodivamo il segreto di una prova, di un tradimento, di una perdita. Certo, lo spettacolo deve continuare, ma dietro i lustrini molti celano amarezze e solitudini, insoddisfazioni e fallimenti. Aveva ragione Metastasio quando, con versi più lievi, ripeteva: «Se a ciascun l’interno affanno / si leggesse in fronte scritto, / quanti mai, che invidia fanno, / ci farebbero pietà». Per questo è necessario evitare i giudizi affrettati, fondati sulle apparenze. È una verità che vale in tutti i sensi, come ammoniva Machiavelli nel Principe: «Ognun vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei».
Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori

Deserto

Tutti gli anni all’inizio della Quaresima si legge un brano delle tentazioni di Gesù.

La parola “quaresima” non gode di una buona reputazione.

In passato era vissuto come il tempo della penitenza, del digiuno, dei sacrifici.

Iniziava il Mercoledì con l’imposizione sul capo delle ceneri, con la formula “ricordati che sei cenere e in polvere ritornerai”!

Bisognava digiunare. Il Venerdì niente carne. Era una visione negativa della vita.

Il filosofo Nietzsche accusava i cristiani di avere più facce da funerale che da risorti. E aggiungeva: potrei credere solo ad un Dio che danza.

Eppure nei primi secoli, la Quaresima non nasce come tempo di penitenza, ma come un “cammino di umanizzazione”, di speranza. Era il tempo dell’attesa.

Gesù non dice: “Fate penitenza e seguitemi”. Dice invece:

«Convertitevi e credete nel Vangelo»

Gesù invita i suoi discepoli di ieri e di oggi ad abbandonare l’immagine di un Dio perverso, nemico dell’uomo, che castiga e chiede solo penitenza.

Propone invece l’immagine di un Dio che è “Abbà-Padre”. Un Dio che è tenerezza, che è misericordia, che vuole solo la nostra felicità.

Gesù ci propone uno stile di vita positivo, non negativo.

Vivere la Quaresima allora vuol dire riscoprire il linguaggio della vita e mettere da parte quello della penitenza.

Fare esperienza del“deserto” non vuol dire liberarsi di tutto e ritirarsi in un convento.

Vuol dire invece riscoprire il gusto di ciò che è essenziale.

Il deserto non è fuga dal mondo, fuga dai problemi della vita.

Il deserto è imparare a fermarsi, a rallentare ritmo di vita.

Il deserto è il “luogo” simbolico del silenzio.

Quel “silenzio” che ti permette di “pensare”, di ascoltare, di pregare. Siamo saturi di notizie, di informazioni, di pubblicità.

Il deserto è spegnere la televisione. E’ liberarsi della schiavitù del telefonino.

E questo non per fare penitenza, ma per vivere meglio.

Pensare significa prendere in mano la propria esistenza. Non lasciarsi vivere. Non lasciarsi trascinare delle abitudini e dalle mode.

Regalarsi un po’ di silenzio è volersi bene.

Per imparare a conoscerci profondamente, dobbiamo incominciare a mettere a tacere le voci degli altri.

Quello che è determinante non è quello che gli altri pensano di noi, con le loro lodi o critiche, ma capire quello che c’è veramente dentro di noi.Soltanto quando avremo imparato a “relativizzare” quello che gli altri dicono o pensano di noi, riusciremo ad acquistare quella indipendenza e quella libertà che ci permetterà di essere autentici.

Un piccolo particolare ma significativo. Gesù ci dice: “Convertitevi” al plurale non “convertiti” al singolare. Quasi a voler sottolineare che la Quaresima, come la fede è un cammino che non si fa da soli, ma assieme.

(dal web)

Buona Quaresima

Auguro a tutti voi “Buona Quaresima” e lo faccio con un articolo di tanti anni fa anche perchè i sentimenti che provo ed i pensieri sono gli stessi. In questo periodo starò lontana dai blog ma siete sempre presenti nel mio cuore e nella mia mente. Un abbraccio. Lucetta

"Semplicemente insieme" Lucetta

In questo periodo sono chiamata  a  guardarmi dentro per vedere a che punto
sono nel mio cammino di fede, che cosa vuole Dio da me e che cosa
ho capito di LUI . Quindi farò silenzio.Vi auguro una BUONA QUARESIMA
amiche /i carissimi con queste parole ricevute dal gruppo “Oasi di Engaddi”
e che ho cercato di  adattare e fare mie.
Lucetta
 
“TU chiedi di vegliare sul cuore perché è da lì
che nasce il male e il bene, l’egoismo e la generosità,
la gelosia e lo spirito fraterno.
TU chiedi di aprire il cuore
al tuo sguardo di misericordia, alla luce che viene da te,
per lasciarci trasformare e guarire dal tuo Spirito. 
TU chiedi di lasciarci alle spalle le antiche grettezze ed ottusità
per far pulsare il cuore al ritmo del tuo.
Solo allora saremo disposti a praticare una nuova solidarietà,
capace di cambiare questa terra in una casa di fratelli.
 
TU…

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Regole per non ammalarsi

Mantenere le distanze dai pensieri tossici, dal senso di colpa e dalla vergogna.

Non mescolare i tuoi sogni con chi non ne ha mai realizzato uno suo.

Igienizzare gli angoli del cuore da chi hai lasciato andare.

Coprirsi gli occhi davanti all’ipocrisia e procedere.

Coprirsi la bocca davanti alle provocazioni e procedere.

Coprirsi le orecchie davanti alle critiche sterili e procedere.

Far entrare aria e spalancare le vedute strette.

Scegliere 5 persone migliori di te in fatti e parole

e offrirgli un posto nel tuo cuore.

Evitare in ogni modo il contatto con i qualunquisti, i perbenisti, 

i pressapochisti, con quelli in cerca di una scusa,

con gli adagiati sul divano del lamento.

Farsi contagiare solo dagli inquieti, dai poeti, 

dagli acrobati del possibile, dagli smaniosi,

da chi non vede l’ora.

Se non ne conosci nessuno, cercali.

Di gente che vuole vivere è pieno il mondo.

Wislawa Szymbor

Cari amici / che che passate, condivido con voi questo scritto che mi è piaciuto molto. Lucetta

Una fiumana umana

Il maggior pericolo non è tanto la tendenza della massa a comprimere la persona, ma la tendenza della persona a precipitarsi ad annegare nella massa.

Simone Weil

Una finissima interprete dell’esistenza come Simone Weil (1909-43), ebrea parigina di straordinaria intelligenza e spiritualità, ci mette impietosamente – nel passo da noi tratto dai suoi Scritti di Londra -di fronte a un’amara verità. Se è vero che la massa schiaccia e talora annulla la persona, è ancor più vero che sotto quello schiacciasassi molti si distendono quietamente aspettando di essere «spianati» da ogni loro identità o, per stare all’immagine della fiumana, vi accorrono per annegarvisi. L’avere una convinzione propria e tenerla ben eretta come una fiaccola sopra la marea delle teste «omologate» è un impegno serio e severo. La folla anonima può persino essere un orizzonte sicuro in cui riparare, dissolvendo in essa non solo le proprie paure, ma anche la fede, l’identità e la coerenza. La massa o la grigia collettività non è mai da scambiare con la comunità viva in cui le diversità creano armonia nell’unità.

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori

Paura della luce

Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce. (Platone)

È come un lampo di luce questa intuizione di Platone, il grande pensatore greco (V-IV secolo a.C). Ed è proprio sulla luce che si gioca il contrasto che egli ci propone. Da un lato la tenebra, grembo oscuro che giustamente il bambino teme e che invece per molti adulti diventa il paesaggio in cui ci si rifugia. C’è, infatti, anche esteriormente, un mondo della notte che si anima appena è calato il sole sulle nostre città. Lo rappresentava già il libro di Giobbe quasi in presa diretta: «Quando non c’è luce si alza l’omicida per assassinare il misero e il povero; nella notte s’aggira il ladro. L’occhio dell’adultero attende il buio e pensa: Nessun occhio mi vedrà! E si cala sul viso una sciarpa. Nelle tenebre si forzano le case. Tutti costoro di giorno se ne stanno nascosti, non vogliono saperne della luce» (24,14-16).

Assassini, ladri, ruffiani, prostitute, adulteri, criminali vari sono il popolo della notte che teme la luce. Ma c’è un’altra paura della luce che non è né sociologica né psicologica. Ed è il sottrarsi allo sfolgorare della verità perché essa costringerebbe a mutare mentalità e vita. Si preferisce chiudere gli occhi, un po’ come confessava Kafka nei confronti di Cristo: «Lui è un abisso di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi!». Ma lasciamo la parola proprio a Gesù per siglare questa nostra riflessione: «La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce… Chi fa il male odia la luce e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (Giovanni 3,19-21).

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori

Lontano dai rumori

Lontano dai rumori nel riconquistato silenzio posso ascoltare le farfalle che mi volano per la testa. È necessaria molta attenzione e persino del raccoglimento perché il loro battere d’ali è quasi impercettibile. Un respiro un po’ più forte basta a coprirle.

Jean-Dominique Bauby

Il miglior commento a questa considerazione è forse nella storia che sta all’origine del libro che la contiene, “Lo scafandro e la farfalla”. Nel 1995, a 43 anni, il giornalista francese Jean-Dominique Bauby ebbe un ictus. Si risvegliò dal coma venti giorni dopo con la sindrome denominata locked-in: il corpo aveva cessato di rispondere ai suoi comandi, tranne la palpebra sinistra. Da allora, per più di un anno, egli riuscì a dettare il libro sopra citato: con un battito di ciglio, fermava il suo interlocutore sulla lettera dell’alfabeto che gli veniva presentata. Nacque così questa straordinaria testimonianza da un «oltre» invalicabile ai sani, un mondo in cui il silenzio in verità si popolava di presenze. Dieci giorni dopo la pubblicazione del volume, Bauby morì. Era il marzo 1997 e in quello stesso anno il regista Julian Schnabel realizzò una versione cinematografica dell’opera, premiata a Cannes.Vorrei aggiungere una sola nota. Noi che abbiamo tutti i sensi vigili e il cervello in piena funzione spesso perdiamo un’infinità di eventi, di dati, di meraviglie che ci circondano. Lasciamo che irrompa il brusio di fondo delle città, di internet, della televisione a tener occupati orecchio, occhio e mente. Il battere d’ali delle farfalle, cioè il segreto profondo della realtà, ci è ignoto. Fermi come siamo sulla superficie delle cose, distratti dal rumore e dal clamore, non conosciamo più il linguaggio del silenzio, della meditazione, della contemplazione. Sono, allora, proprio quelli che consideriamo «disabili» a mostrarci che cosa significhi la vita autentica e profonda.


Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori