Immagine

Responsabilità

Segreti

Condivido l’immagine e vi auguro per l’anno appena iniziato di mettere in pratica questi “segreti”. Un abbraccio a tutti. Lucetta

Preghiera

UNA BELLA PREGHIERA PER L’ANNO CHE SI STA CONCLUDENDO E PER L’ANNO CHE VERRA’.

Signore, alla fine di questo anno voglio ringraziarti per tutto quello che ho ricevuto da te, grazie per la vita e l’amore, per i fiori, l’aria e il sole, per l’allegria e il dolore, per quello che è stato possibile e per quello che non ha potuto esserlo.

Ti regalo quanto ho fatto quest’anno: il lavoro che ho potuto compiere, le cose che sono passate per le mie mani e quello che con queste ho potuto costruire.

Ti offro le persone che ho sempre amato, le nuove amicizie, quelli a me più vicini, quelli che sono più lontani, quelli che se ne sono andati, quelli che mi hanno chiesto una mano e quelli che ho potuto aiutare, quelli con cui ho condiviso la vita, il lavoro, il dolore e l’allegria.

Oggi, Signore, voglio anche chiedere perdono per il tempo sprecato, per i soldi spesi male, per le parole inutili e per l’amore disprezzato, perdono per le opere vuote, per il lavoro mal fatto, per il vivere senza entusiasmo e per la preghiera sempre rimandata, per tutte le mie dimenticanze e i miei silenzi, semplicemente… ti chiedo perdono.

Signore Dio, Signore del tempo e dell’eternità, tuo è l’oggi e il domani, il passato e il futuro, e, all’inizio di un nuovo anno, io fermo la mia vita davanti al calendario ancora da inaugurare e ti offro quei giorni che solo tu sai se arriverò a vivere.

Oggi ti chiedo per me e per i miei la pace e l’allegria, la forza e la prudenza, la carità e la saggezza. Voglio vivere ogni giorno con ottimismo e bontà, chiudi le mie orecchie a ogni falsità, le mie labbra alle parole bugiarde ed egoiste o in grado di ferire, apri invece il mio essere a tutto quello che è buono, così che il mio spirito si riempia solo di benedizioni e le sparga a ogni mio passo.

Riempimi di bontà e allegria perché quelli che convivono con me trovino nella mia vita un po’ di te. Signore, dammi un anno felice e insegnami e diffondere felicità. Nel nome di Gesù, amen.

Natale nel cuore

Con questo articolo di Fausto auguro un santo Natale a tutti voi che passate. Lucetta

NATALE NEL CUORE di Fausto Corsetti

Torna il Santo Natale. Torna con il suo bagaglio di ricordi, di sentimenti, di propositi. Tutti, cristiani e non cristiani, sentono questa festa con affetto, quasi con nostalgia e tutti, in un modo o nell’altro ne sono presi, si sentono partecipi di qualcosa di particolare, di unico nell’anno. Anche chi non ha la fede sente di non sfuggire a un clima suggestivo, che al di là degli aspetti di consumo, fa intuire di essere dentro a una storia, parte di una tradizione significativa che ha segnato il mondo: una storia importante perché testimonia bontà e suggerisce propositi migliori, riporta al centro di noi stessi, a quello che vorremmo essere veramente, a ciò che è più importante nella vita e che spesso, invece, trascuriamo. Risveglia più acuta la nostalgia di un mondo diverso, migliore, dove la violenza e l’egoismo non hanno cittadinanza, perché regna la riconciliazione dell’anima e dei cuori, della persona e dei popoli. E sentire questo, anzi, sentirsi parte di questo fiume di bontà desiderata, fa bene anche se il quotidiano riprende veloce e convulso con le sue miserie e le sue solitudini. Per coloro che hanno il dono della fede, tutto questo non è un sogno e un’invocazione, ma realtà. Il Natale, infatti, non è astratto, ma rimanda a Colui che è nato: il Figlio di Dio, il Verbo eterno, è nato nella carne, è entrato nel tempo. E con Lui una nuova vita, quella vera. Quando l’uomo sa di non essere solo nel suo cammino su questa Terra, sa che Dio non è lontano ma si è fatto vicino e gli offre la sua amicizia, il suo amore, la sua stessa vita, allora la vita cambia: restano le prove e le ombre, ma sa di avere accanto Lui. Sempre. Sa che in Gesù Dio gli mostra fiducia, e quando sentiamo che qualcuno ha fiducia in noi, diventiamo capaci di spremere il meglio da noi stessi, il meglio di dedizione e sacrificio, pur di non tradire la fiducia che ci è stata donata, quella fiducia che scalda il cuore e scioglie la vita da rigidità, risentimenti, contrapposizioni. Sentiremo che se Dio ha fiducia di noi sarà più facile ritrovare la fiducia nel prossimo, costruire ponti e percorrere strade di bene. La Luce si è ormai accesa e nessuna tenebra potrà più spegnerla: la Luce è Gesù Bambino. Spesso non riusciamo a vedere, ma sappiamo che c’è, che ancora la sua Parola la possiamo ascoltare, il suo Corpo lo possiamo toccare, la sua forza la possiamo sentire, il suo Spirito ci riempie la vita. Ci metteremo dietro le colonne come il pubblicano, abbiamo bisogno di conversione, ma aspettiamo la sua carezza che ci faccia alzare lo sguardo, che riempia di nuovo le nostre famiglie della sua speranza, della sua pace. Ritorneremo alle fatiche di ogni giorno, le accettiamo come l’unico modo di condividere la sua passione per l’umanità, ma avremo nel cuore Lui, piccolo bambino indifeso, all’ombra di una croce, dito puntato verso la Risurrezione.

Avvento

OMELIA 1^ DOMENICA DI AVVENTO – 1 Dicembre 2019 – anno A

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa.  Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». Matteo 24,37-44

«Vegliate dunque … state pronti … » Questo brano di Matteo era nato per dare speranza alle prime comunità cristiane. Invece spesso è stato usato per incutere paura. Gesù non ricorre mai al catastrofismo per far paura. Gesù invece guarisce, aiuta, benedice. Invita sempre a camminare, a ricominciare. Indica percorsi per riscoprire la bellezza della vita. Facendo riferimento ai giorni di Noè, prima del diluvio, ci avverte del pericolo di cadere anche noi nello stesso errore. Che cosa faceva quella gente? «Gli uomini mangiavano, bevevano, prendevano moglie…» Non ci dice che erano peccatori. Non facevano nulla di male. Sottolinea invece che … «non si erano accorti di nulla». Il loro peccato era l’indifferenza. I giorni di Noè… sono i nostri giorni della superficialità. Sono i giorni del nostro “menefreghismo”, del nostro vivere alla giornata. Sono i giorni in cui smettiamo di sognare. I giorni in cui non sappiamo più guardare in profondità le cose, le persone, la vita. Ma che cosa vuol dire “attendere Dio”? Abbiamo vissuto tanti “avventi” nella nostra vita. Gesù è già venuto. Ogni anno dobbiamo far finta che viene ancora a Natale? La conclusione del brano del vangelo di oggi non ci dice, come in passato che … il Figlio dell’uomo verrà, ma che viene, come indica il verbo greco, al presente. Dio viene ora. Ogni giorno è tempo di Avvento. Ogni giorno è tempo di incontri, di esperienze nuove, di piccoli gesti che ci aiutano a vivere, di fatti che ci fanno pensare, di relazioni che ci regalano serenità. Gesù usa anche una metafora piuttosto strana: “Dio viene come un ladro”. Con le paure dei ladri, che circolano anche da noi oggi, l’immagine è piuttosto inquietante. Pensare Dio come un ladro è davvero assurdo. Forse possiamo tradurre, nel senso che anche Dio viene nel silenzio, senza far rumore, “nel momento che non ti aspetti”. Dio non è un ladro. Non viene per rubare, ma per donare, per portare vita, speranza, futuro. Spesso diciamo che Dio lo incontriamo nella Parola, nella vita, nei fatti, nel volto dell’altro … ed è vero. Ce lo dice spesso anche il Vangelo. Forse poche volte diciamo che possiamo incontrarlo … dentro di noi. Anche per noi oggi è sempre valida la risposta che il monaco Silesius dava al suo allievo: “Ma dove corri? Dove cerchi? Fermati! Il cielo è dentro di te”!

parrocchia San Nicolò Verona

Amare come Dio comanda

il blog di Costanza Miriano

di Costanza Miriano

C’è questa cosa che ricordo spesso, ma mai abbastanza: non sono un’esperta di matrimoni, avendone vissuto solo uno (al momento, come dico sempre per precauzione), e non sono in grado di insegnare molto sul tema, perché il nostro è un matrimonio normalissimo, e di certo non esemplare. Comunque, in qualità di non esperta mi arrivano tanti libri sul tema, e da tutti ho qualcosa da imparare, appunto perché non so quasi nulla, se non la mia esperienza.

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Zaccheo

XXXI Domenica – T. O. – Anno C –

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Zaccheo e la scoperta d’essere amati senza meriti

Vangelo – Luca 19,1-10

In quel tempo (…) un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro (…). Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto» (…)

Il Vangelo ci trasmette, nella storia di Zaccheo, l’arte dell’incontro, la sorpresa e la potenza creativa del Gesù degli incontri. Prima scena: personaggi in ricerca. C’è un rabbi che riempie le strade di gente e un piccolo uomo curioso, ladro come ammette lui stesso, impuro e capo degli impuri di Gerico, un esattore delle tasse, per di più ricco. Il che voleva dire: soldi, bustarelle, favori, furti… Si direbbe un caso disperato. Ma non ci sono casi disperati per il Vangelo. Ed ecco che il suo limite fisico, la bassa statura, diventa la sua fortuna, «una ferita che diventa feritoia» (L. Verdi). Zaccheo non si piange addosso, non si arrende, cerca la soluzione e la trova, l’albero: «Corse avanti e salì su un sicomoro». Tre pennellate precise: non cammina, corre; in avanti, non all’indietro; sale sull’albero, cambia prospettiva. Seconda scena: l’incontro e il dialogo. Gesù passa, alza lo sguardo, ed è tenerezza che chiama per nome: Zaccheo, scendi. Non giudica, non condanna, non umilia; tra l’albero e la strada uno scambio di sguardi che va diritto al cuore di Zaccheo e ne raggiunge la parte migliore (il nome), frammento d’oro fino che niente può cancellare. Poi, la sorpresa delle parole: devo fermarmi a casa tua. Devo, dice Gesù. Dio viene perché deve, per un bisogno che gli urge in cuore; perché lo spinge un desiderio, un’ansia: a Dio manca qualcosa, manca Zaccheo, manca l’ultima pecora, manco io. Devo fermarmi, non semplicemente passare oltre, ma stare con te. L’incontro da intervallo diventa traguardo; la casa da tappa diventa meta. Perché il Vangelo non è cominciato al tempio ma in una casa, a Nazaret; e ricomincia in un’altra casa a Gerico, e oggi ancora inizia di nuovo nelle case, là dove siamo noi stessi, autentici, dove accadono le cose più importanti: la nascita, la morte, l’amore. Terza scena: il cambiamento. «Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia». Zaccheo non deve prima cambiare vita, dare la metà dei beni ai poveri, e dopo il Signore entrerà da lui. No. Gesù entra nella casa, ed entrando la trasforma. L’amicizia anticipa la conversione. Perché incontrare un uomo come Gesù fa credere nell’uomo; incontrare un amore senza condizioni fa amare; incontrare un Dio che non fa prediche ma si fa amico, fa rinascere. Gesù non ha indicato sbagli, non ha puntato il dito o alzato la voce. Ha sbalordito Zaccheo offrendogli se stesso in amicizia, gli ha dato credito, un credito immeritato. E il peccatore si scopre amato. Amato senza meriti, senza un perché. Semplicemente amato. Il cristianesimo tutto è preceduto da un “sei amato” e seguito da un “amerai”. Chiunque esce da questo fondamento amerà il contrario della vita.

(Letture: Sapienza 11, 22-12,2; Salmo 144; 2 Tessalonicesi 1,11-2,2; Luca 19,1-10)

La vita fedele

La vita fedele di Fausto Corsetti

Tramonti e albe hanno scandito il trascorrere del tempo.

Tramonti e albe hanno scandito il trascorrere del tempo. Un vento ancora leggermente tiepido accarezza con affettuosa energia ogni albero, spogliandolo delle ricche foglie che avevano protetto frutti gustosi. I giorni si abbreviano e gradualmente si raffreddano, lasciando traccia di tale mutamento in umide nebbie che, a sera, avvolgono in un silenzio tipico, che ovatta e nasconde, cose e persone.

La sera, volentieri, si rientra a casa. Tra amici, accompagnati magari da un bicchiere di vino nuovo, più facilmente traboccano racconti di memorie che restano vere e significanti in quanto attingono a fonti sicure, quelle che scaturiscono dal domani che ciascuno custodisce nel fondo dei propri sogni. Tutto accade con fedeltà. Tutto torna a riproporsi nella ferialità dei giorni che tuttavia si succedono nuovi uno all’altro. Tutto scorre nella fedeltà dei ritmi, delle stagioni, delle abitudini, dei pensieri, delle attese.

Durante queste trasformazioni se, da una parte, si prova una indicibile fragilità, dall’altra, più viva sembra diventare la voglia di vivere o almeno il desiderio di trovare un più forte senso per vivere, più attenta si fa la ricerca della bellezza e della gioia, più familiare torna lo stupore e la gratitudine.

La fedeltà, dunque, più che una conquista o un merito diventa una scoperta che sorprende, sovrasta, precede, accompagna, accoglie, rassicura. Essere fedeli alla vita e alle sue parole, alle sue voci, non è uno sforzo, ma una sequela, un assecondare inviti, un raccogliere messaggi, un riconoscere segnali. Ancora, significa continuare ad alimentare la speranza nella vita, credere nella bellezza, sentire che la gioia è possibile in quanto è un dono. Tutto ciò, oltre a renderci più umani, ci rende capaci di fare cose incredibili, perché ci si sente sostenuti da una “Presenza” che è fedeltà, attenzione, tenerezza: diversamente tutto perde di sapore, anche la vita stessa. C’è uno Sguardo che avvolge e una Voce che chiama per nome l’uomo, ogni uomo. Dopo un simile incontro, anche se intorno resta la notte o prevalgono le nebbie più impenetrabili, la vita diventa diversa, altra, nuova. Fedeltà non significa primariamente o principalmente “fare”, ma cercare una luce, seguire una voce, intraprendere un percorso nuovo, lasciarsi avvolgere dall’abisso che dona pace. Qui l’anima respira, qui si addormenta.