Addio Elena

Cara amica mia, hai raggiunto Dominick , il figlio tuo adorato, lasciando un vuoto grande nella vita degli altri tuoi figli e delle persone che ti hanno voluto bene. Vado con la mente al giorno in cui ti ho conosciuta, ci siamo piaciute subito ed apprezzate vicendevolmente . Il tuo messaggio per la festa della donna, in cui mi auguravi una giornata che avesse i colori del sorriso ed il profumo della serenità, scritto mentre stavi già male, l’ho conservato …..come continuo a risentire nelle orecchie il suono della tua voce nell’ultimo incontro. Dicevi che ti era rimasta solo quella!!!!                       Elena piango ma nello stesso tempo sono felice per te perché ora sei nella LUCE. Lucetta

Questo post è il mio saluto ad Elena Salvatore Ferrante, che alcuni di voi conoscono per i suoi scritti e poesie di cui mi faceva dono in questo spazio per cui avevo intitolato il blog “Semplicemente insieme lucetta ed elena”

 

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Lodare e ringraziare (9)

La preghiera non è iniziativa umana. Può essere soltanto risposta.Dio mi precede sempre. Con le Sue parole. Con le Sue azioni. Senza le “imprese” di Dio, i Suoi prodigi, le Sue gesta, non nascerebbe la preghiera.
Non ci fosse la Sua parola rivolta all’uomo, la Sua misericordia, l’iniziativa del Suo amore, la bellezza dell’universo uscito dalle Sue mani,la creatura rimarrebbe muta. Il dialogo della preghiera si accende quando Dio interpella l’uomo con dei fatti “che mette sotto i suoi occhi”. Ogni capolavoro ha bisogno di apprezzamento.
Nell’opera della creazione è l’Artefice Divino stesso che si compiace della propria opera: “… Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona …” (Genesi 1,31)
Ma Dio aspetta che il riconoscimento nello stupore e nella gratitudine avvenga anche da parte dell’uomo.
La lode non è altro che l’apprezzamento della creatura
per ciò che ha fatto il Creatore.
“…Lodate il Signore: è bello cantare al nostro Dio,
dolce è lodarLo come a Lui conviene…”( Salmo 147,1)

Cristiano non è colui che chiede delle grazie, o riceve delle grazie.
E’ colui che rende grazie. Non per nulla l’ Eucarestia, che rappresenta l’atto più sublime del culto cristiano, significa, letteralmente, “azione di grazie”. Partiamo da una constatazione: se facciamo un inventario dei contenuti della nostra preghiera, ci accorgiamo che la domanda occupa un posto preponderante rispetto al ringraziamento.

Non soltanto troppo spesso ci scordiamo di ringraziare Dio dopo aver ottenuto quanto chiedevamo, no, la dimenticanza è ancor più radicale.
Infatti riusciamo ad essere puntigliosi quando si tratta di constatare ciò che ci manca, per stilare la lista delle pressanti richieste.
Ma ci dimostriamo sbadati quando dovremmo accorgerci di ciò che riceviamo quotidianamente. Avvertiamo la mancanza. Non sappiamo prendere atto del dono, specialmente di quello che ci viene recapitato silenziosamente, con regolarità quotidiana. Siamo distratti, tutto ci è dovuto e la distrazione non fa nascere in noi l’esigenza della preghiera per “dire grazie”.

Il punto di partenza è dunque l’esperienza dell’amore gratuito di Dio (“amati e scelti”), che conferisce alla preghiera una tonalità di prorompente riconoscenza. Il popolo di Dio che ha sperimentato la grazia, diventa capace di gratitudine.
E questa riconoscenza non permea soltanto la preghiera, ma l’intera vita del cristiano in tutte le sue manifestazioni. La gratitudine è stata definita come “la memoria del cuore”, ma non si tratta soltanto di ricordare. Occorre rendersi conto, accorgersi di una realtà presente.
Riconoscenza deriva da “conoscere”.
Qui, però, non è questione semplicemente di “apprendere con l’intelletto”,
ma di far entrare in azione il cuore. Per cui una certa realtà viene vista, accolta, interpretata, capita, ricevuta dal cuore.
La grande nemica della riconoscenza è certamente l’abitudine; quando si da tutto per scontato, o addirittura dovuto, si diventa incapaci di dire grazie.

Se invece riconosco che “tutto è grazia”, allora tutto diventa occasione per “rendere grazie”.“Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?…” (Salmo 116,12)

Io devo qualcosa a Qualcuno. Io devo qualcosa a tutti. Se uno non si sente debitore, nella vita accamperà sempre e soltanto dei diritti, delle  pretese, non sarà mai amico del dovere.
Non sentirà il “dovere di contraccambiare”. Il dovere è l’altra faccia della gratitudine. Chi non ama il dovere, non possiede il senso della grandezza
e della preziosità della vita. Non un dovere cupo, opprimente. Ma una dovere gioioso, che si esprime nel canto, oltre che nel lavoro.

La preghiera come racconto confidenziale
“Signore, ho qualcosa da raccontarti. Ma è un segreto tra me e Te”.
La preghiera confidenziale può iniziare più o meno così.
E può snodarsi sotto forma di racconto.
Piano, semplice, spontaneo, in una tonalità dimessa, senza amplificazioni.
Si tratta di riferire un episodio che ti ha visto protagonista nascosto;
un’azione senza risalto, un gesto che è sfuggito all’attenzione generale.
Nessuno si è accorto di nulla. E allora ti apri a Lui, non per lamentarti,
ma per offrirGli un “dono intatto”, esclusivo, sottratto alla curiosità altrui. Nessuna gratificazione, salvo quella di aver compiuto “una bella azione” per Colui che ami.
Stavolta il valore dell’azione dipende dal prezzo che hai pagato in termini di segretezza.
Convinciti che è molto importante questo tipo di preghiera confidenziale
nella nostra società all’insegna dell’apparire, dell’ esibizione, della vanità.
Ognuno, a dispetto delle professioni di umiltà, esige che dalla platea vengano gli applausi. Tutto  deve diventare notizia. Non importa il prodotto.
Bisogna allestire una grandiosa vetrina.
Eppure l’amore ha bisogno soprattutto di umiltà, di pudore.
L’amore non è più amore senza un contesto di segretezza, senza la dimensione di riservatezza.
Ritrova dunque nella preghiera la gioia del nascondimento, della non-appariscenza

FINE

Il coraggio di mettersi in mezzo (8)

La preghiera di intercessione oppure il coraggio di “mettersi in mezzo”

Il verbo latino “intercedere” significa, alla lettera, “cedere” (andare, passare) ed “inter” (attraverso).

Ossia: interporsi, frapporsi, mettersi in mezzo, intervenire a favore di qualcuno. Ma anche: rivolgersi insistentemente a qualcuno con domande, preghiere, suppliche. Il vocabolo, successivamente, è venuto ad indicare, genericamente, la preghiera per gli altri. Perché la preghiera d’intercessione sia autentica, occorre che l’orante adotti ed esprima degli atteggiamenti di fondo essenziali: senso di solidarietà con qualcuno e coraggio ed umiltà insieme.Bisogna essere equipaggiati di un’umiltà audace e di un’audacia umile.

La preghiera d’intercessione diventa la forma più efficace del servizio della carità. Più precisamente, assume la dimensione di un amore universale, che può raggiungere chiunque.

Con le opere della carità io non riesco ad arrivare a tutti gli infelici, i poveri, i sofferenti….Con la preghiera d’intercessione, invece, il mio amore si dilata a misura del mondo.

Attraverso la preghiera d’intercessione il Signore ci associa alla Sua misericordia, ci dà la possibilità di essere generosi e magnanimi come Lui.

La preghiera d’intercessione non è solo in funzione della salvezza altrui, ma anche dell’orante stesso; non è soltanto un favore che noi facciamo agli altri, ma un dono estremo che Dio ci offre per salvarci, per farci diventare un po’ più buoni, per dilatare il nostro cuore alla misura del Suo amore

Grazie alla preghiera d’intercessione noi, insieme a Dio, che resta il Protagonista Unico, costruiamo, rifacciamo e scriviamo un’altra storia.

Sia pure in maniera nascosta, invisibile, sotterranea. Naturalmente dobbiamo convincerci che, dopo aver pregato per gli altri, non abbiamo esaurito il nostro compito. Molto resta da fare: una visita, una lettera, una telefonata, un fiore, un dono, un po’ di attenzione …La preghiera può tutto, ma non è tutto.

Intercessione di Cristo

Numerosi testi del Nuovo Testamento ci presentano Cristo che, asceso alla destra del Padre, svolge il ruolo di grande Intercessore a nostro favore. Ecco i principali : Gv 17,20; Lc 2,32; Lc 23,34; Rm 8,34; 1Gv 2,1; Eb 7,24; Eb 9,24.

In questi ultimi due testi, il ruolo d’intercessore di Cristo è talmente legato al sacrificio della Croce, da coincidere con la Sua presenza presso il Padre e l’offerta eterna che ha fatto del proprio sangue.

Intercessione dello Spirito

Ci ricorda San Paolo: “Lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili e Colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché Egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio” (Rm 8,26-27).

Intercessione di Maria

La Lumen Gentium (cap. 7, n° 62), dopo aver affermato il ruolo unico ed insostituibile, quale Mediatrice di Cristo, sottolinea la funzione salvifica e subordinata di Maria. Si ricordano i titoli con cui viene invocata: Ausiliatrice, Soccorritrice, Avvocata, Mediatrice.

Intercessione dei Santi

E’ la più potente ed efficace, a motivo della qualità e forza della loro fede e dell’intensità del loro amore. L’intercessione dei Santi si sviluppa anche dopo la morte. Hanno raggiunto la Patria. Ma non riescono a staccarsi dalla terra. Tipico, a questo riguardo, l’atteggiamento di Teresa di Lisieux:“Se i miei desideri saranno esauditi,trascorrerò il mio cielo sulla terra sino alla fine del mondo. Sì, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra.

La cosa non è impossibile …Non potrò prendere alcun riposo fino alla fine del mondo e fintantoché ci saranno anime da salvare”

Intercessione della Chiesa

Ricordiamo il fondamento teologico: la Comunione dei Santi, il Corpo Mistico di Cristo. Soprattutto nella liturgia, la Chiesa esercita questa funzione d’intercessione. (Intercessori furono Abramo e Mosè) (segue)

La preghiera come racconto confidenziale (7)

La preghiera come racconto confidenziale

“Signore, ho qualcosa d raccontarti. Ma è un segreto tra Te e me”. La preghiera confidenziale può iniziale più o meno così e poi snodarsi sotto forma di racconto. Piano, semplice, spontaneo, in una tonalità dimessa, senza reticenze e anche senza amplificazioni. E’ molto importante questo tipo di preghiera nella nostra società all’insegna dell’apparire, dell’esibizione, della vanità. L’amore ha bisogno soprattutto di umiltà, di pudore.

L’amore non è più amore senza un contesto di segretezza, senza la dimensione di riservatezza. Ritrova, dunque, nella preghiera, la gioia del nascondimento, della non-appariscenza.Illumino veramente se riesco a nascondermi.

Ho voglia di “litigare” con Dio

Abbiamo paura di dire al Signore, o riteniamo che sia sconveniente, tutto ciò che pensiamo, che ci tormenta, che ci agita, tutto ciò di cui non siamo affatto d’accordo con Lui. Pretendiamo di pregare “nella pace”.

E non vogliamo prendere atto del fatto che, prima, bisogna attraversare la bufera. Si arriva alla docilità, all’obbedienza, dopo essere stati tentati dalla ribellione. I rapporti con Dio diventano sereni, pacati, solo dopo che sono stati “burrascosi”.Tutta la Bibbia propone con insistenza il tema della contesa dell’uomo con Dio. L’Antico testamento ci presenta un “campione della fede”, quale Abramo, che si rivolge a Dio con una preghiera che sfiora la temerarietà.

La stessa preghiera di Mosè, talvolta, assume le caratteristiche di una sfida. Mosè, in certe circostanze, non esita a protestare con foga davanti a Dio. La sua preghiera dimostra una familiarità che ci lascia sconcertati. Anche Gesù, nel momento della prova suprema, si rivolge al Padre dicendo:

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc. 15.34).

Sembra quasi un rimprovero. Tuttavia occorre notare il paradosso: Dio resta “mio” anche se mi ha abbandonato. Anche un Dio lontano, impassibile, che non risponde, non si commuove e mi lascia solo in una situazione impossibile, è sempre “mio”.

Meglio lamentarsi che fingere la rassegnazione. La tonalità del lamento, con accenti drammatici, è presente in parecchi Salmi. Scoccano due domande tormentose: Perché? Fino a quando? I Salmi, proprio perché sono espressione di una fede robusta, non esitano ad impiegare questi accenti, che apparentemente infrangono le regole della “buona educazione” nei rapporti con Dio.

Qualche volta è solo opponendosi a lungo che si riesce a cadere, finalmente e felicemente arresi, tra le braccia di Dio.

Pregare come una pietra

Ti senti freddo, arido, svogliato. Non hai nulla da dire. Un grande vuoto dentro. La volontà inceppata, i sentimenti congelati, gli ideali dissolti. Non hai voglia neppure di protestare. Ti sembra inutile. Non sapresti nemmeno cosa chiedere al Signore: non ne vale la pena. Ecco, devi imparare a pregare come un sasso. Meglio ancora, come un macigno. Limitarti a stare lì, come sei, col tuo vuoto, la nausea, l’avvilimento, la non voglia di pregare.

Pregare come un sasso significa semplicemente mantenere la posizione,non abbandonare il posto “inutile”, esserci senza motivo apparente. Il Signore, in certi momenti che tu sai e che Lui sa meglio di te, si accontenta di vedere che stai lì, inerte, a dispetto di tutto. Importante, almeno qualche volta, non essere altrove.

Pregare con le lacrime

E’ una preghiera silenziosa. Le lacrime interrompono sia il flusso delle parole che quello dei pensieri, e perfino quello delle proteste, dei lamenti. Dio ti lascia piangere. Prende sul serio le tue lacrime. Anzi, le conserva, gelosamente, ad una ad una. Ce lo assicura il Salmo 56 : “…Le mie lacrime nell’otre Tuo raccogli..” Neppure una va persa. Neppure una viene dimenticata. E’ il tuo tesoro più prezioso. E sta in buone mani. Te lo ritroverai sicuramente.

Le lacrime denunciano che sei sinceramente dispiaciuto, non per aver trasgredito una legge, ma per aver tradito l’amore. Il pianto è espressione di pentimento, serve a lavarti gli occhi, a purificare lo sguardo. Dopo, vedrai con più chiarezza il cammino da percorrere. Identificherai con maggior attenzione i pericoli da evitare.

“… Beati voi che piangete ….” (Lc 7.21). Con le lacrime non pretendi da Dio delle spiegazioni. Gli confessi che ti fidi!

(segue)

La preghiera personale (6)

La preghiera personale, nel Vangelo, si colloca in un luogo preciso: “Tu,invece, quando preghi, entra nella tua camera e chiusa la porta prega il Padre tuo nel segreto” (Mt. 6,6).

L’ invece sottolinea un atteggiamento opposto a quello degli “ipocriti, che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze”.

 La parola d’ordine è “nel segreto”.

A proposito della preghiera, c’è la contrapposizione marcata tra “piazza” e “camera”.

Ossia tra ostentazione e segretezza. Esibizionismo e pudore.

Frastuono e silenzio.Spettacolo e vita.

La parola chiave, naturalmente, è quella che indica il destinatario della preghiera:il Padre tuo…”.

La preghiera cristiana è basata sull’esperienza della paternità divina e della nostra figliolanza.

La relazione da stabilire, quindi, è quella tra Padre e figlio.

Ossia qualcosa di familiare, intimo, semplice, spontaneo.

Ora, se nella preghiera cerchi gli sguardi altrui,non puoi pretendere di attirare su di te anche l’attenzione di Dio.

Il Padre, “che vede nel segreto”, non ha nulla a che fare con una preghiera destinata al pubblico, offerta in spettacolo devoto, edificante.

Quello che conta è la relazione col Padre, il contatto che stabilisci con Lui.

La preghiera è vera soltanto se riesci a chiudere la porta, ossia a lasciar fuori qualsiasi altra preoccupazione che non sia quella d’incontrare Dio.

L’amore – e la preghiera o è dialogo d’amore o non è nulla – va riscattato dalla superficialità, custodito nel segreto, sottratto agli sguardi indiscreti, protetto dalla curiosità.

Gesù suggerisce la frequentazione della “camera”( tameion ),

quale luogo sicuro per la preghiera personale dei “figli”.

Il tameion era il locale della casa inaccessibile agli estranei, ripostiglio sotterraneo, rifugio dove si custodisce il tesoro, o, semplicemente, cantina.

I monaci antichi hanno preso alla lettera questa raccomandazione del Maestro ed hanno inventato la cella, luogo della preghiera individuale.

Qualcuno fa derivare la parola cella da coelum.

Ossia, l’ambiente dove uno prega è una specie di cielo trasferito quaggiù,un anticipo della felicità eterna.

Noi, non solo siamo destinati al cielo, ma non possiamo vivere senza cielo. Il grigio cupo della nostra esistenza di quaggiù può essere riscattato da regolari “trasfusioni d’azzurro”: la preghiera appunto.

Altri affermano invece che la parola cella sia in rapporto al verbo celare

( = nascondere ).

Ossia il luogo della preghiera nascosta, negata all’invadenza del pubblico e consegnata unicamente all’attenzione del Padre.

Intendiamoci: Gesù, quando parla del tameion, non propone una preghiera all’insegna dell’intimismo, di un individualismo compiaciuto ed esasperato.

Il “Padre tuo”, è “tuo” soltanto se è di tutti, se diventa il Padre nostro”.

La solitudine non va confusa con l’isolamento.

La solitudine risulta, necessariamente, comunionale.

Chi si rifugia nel tameion ritrova il Padre, ma anche i fratelli.

Il tameion ti protegge dal pubblico, non dal prossimo.

Ti sottrae alla piazza, ma ti colloca al centro del mondo.

In piazza, nella sinagoga, puoi portare una maschera, puoi recitare parole vuote.

Ma per pregare devi renderti conto che Lui vede quello che porti dentro.

Quindi è proprio il caso di chiudere accuratamente la porta ed accettare quello sguardo in profondità, quel dialogo essenziale che ti rivela a te stesso.

Un giovane monaco si era rivolto ad un anziano perché afflitto da un problema tormentoso. Si è sentito rispondere: “Torna nella tua cella e lì troverai quello che cerchi fuori!” Parlami della preghiera!

Ed egli rispose, dicendo: Voi pregate nella disperazione e nel bisogno;

pregate piuttosto nella gioia piena e nei giorni d’abbondanza!

Poiché non è forse la preghiera l’espansione di voi stessi nell’etere vivente?Se versare la vostra oscurità nello spazio vi conforta, una gioia più grande è versare la vostra luce. E se piangete soltanto quando l’anima vi chiama alla preghiera, essa dovrebbe mutare le vostre lacrime fino al sorriso.

Quando pregate vi innalzate a incontrare nell’aria quelli che pregano nel medesimo istante;voi non potete incontrarli che nella preghiera.

Perciò questa visita all’invisibile tempio, non sia che un’estasi ed una dolce comunione….

 Pregare di più o pregare meglio?

Un equivoco sempre duro a morire è quello della quantità.

In troppa pedagogia sulla preghiera domina ancora la preoccupazione, quasi ossessiva, del numero, delle dosi, delle scadenze.

E’ naturale allora che molte persone “religiose” compiano il goffo tentativo di far pendere la bilancia dalla loro parte, aggiungendo pratiche, devozioni, pii esercizi.

Dio non è un contabile!

.. Lui sapeva quello che c’è in ogni uomo..” (Gv 2,25)

O, secondo un’ altra traduzione: “…ciò che l’uomo porta dentro…”.

Dio riesce a vedere soltanto quello che l’uomo “porta dentro” quando prega. Una mistica d’oggi, Suor Maria Giuseppina di Gesù Crocifisso,

Carmelitana scalza, ammoniva: “Date il cuore a Dio nella preghiera, anziché tante parole! “

Si può e si deve pregare di più, senza per questo moltiplicare le preghiere. Il vuoto di preghiera nella nostra vita non lo si colma con la quantità, ma con l’autenticità e l’intensità della comunione.

Io prego di più quando imparo a pregare meglio.

Devo crescere nella preghiera, piuttosto che aumentare il numero delle preghiere. Amare non vuol dire ammucchiare la maggior quantità di parole,ma stare davanti all’Altro nella verità e trasparenza del proprio essere.

Pregare il Padre

 “… Quando pregate, dite: Padre …” (Lc 11,2).

Gesù ci invita ad usare esclusivamente questo nome nella preghiera:

Padre Anzi: Abbà! (papà)

“Padre” racchiude tutto ciò che possiamo esprimere nella preghiera.

E contiene anche “ l’inesprimibile”.Continuiamo quindi a ripetere, come in una litania incessante: “Abbà…abbà…” Non è necessario aggiungere altro.

Sentiremo crescere in noi la fiducia. Avvertiremo, attorno a noi,

la presenza impegnativa di un numero sterminato di fratelli.

Soprattutto, verremo afferrati dallo stupore di essere figli.

Pregare la Madre

Quando pregate dite anche: “ Madre! “

Nel quarto vangelo, Maria di Nazareth sembra aver perso il proprio nome.

Infatti viene indicata esclusivamente col titolo di “Madre”.

La “preghiera del nome di Maria” non può essere che questa:

“Mamma … mamma …”

Neppure qui esistono limiti. La litania, sempre uguale, può prolungarsi all’infinito, ma arriva certamente il momento in cui, dopo l’ultima invocazione “mamma”, avvertiamo la risposta tanto attesa, eppure sorprendente: “Gesù!” Maria conduce sempre al Figlio. (segue)

Noi non esistiamo più da soli (5)

 

A motivo di Gesù, che vive in noi, noi non esistiamo più da soli, siamo individui responsabili dei nostri atti personali, ma portiamo in noi anche la responsabilità di tutti i fratelli.

 Tutto il bene che è in noi, in gran parte lo dobbiamo agli altri; Cristo perciò ci invita a mitigare il nostro individualismo nella preghiera.

Finchè la nostra preghiera è molto individualista, ha poco contenuto di carità, perciò ha poco sapore cristiano. L’ affidare ai fratelli i nostri problemi è un po’ come morire a noi stessi, è un fattore che apre le porte ad essere esauditi da Dio.

 Il gruppo ha una potenza particolare su Dio e Gesù ce ne dà il segreto: nel gruppo unito nel Suo Nome, c’è anche Lui presente, che prega. Occorre però che il gruppo sia “unito nel Suo Nome”, cioè unito fortemente nel Suo Amore.

 Un gruppo che ama è strumento idoneo a comunicare con Dio e a ricevere il flusso dell’Amore di Dio su chi ha bisogno di preghiera: “la corrente d’Amore ci fa capaci di comunicare col Padre ed ha potere sui malati”.

Anche Gesù, nel momento cruciale della Sua vita, ha voluto i fratelli a pregare con Lui: al Getsemani sceglie Pietro, Giacomo e Giovanni “perché stessero con Lui a pregare”.

La preghiera Liturgica poi, ha una potenza ancora più grande, perché ci immerge nella preghiera di tutta la Chiesa, attraverso la presenza di Cristo.

Bisogna riscoprire questa enorme potenza d’intercessione, che investe tutto il mondo, coinvolge la terra e il cielo, il presente e il passato, i peccatori e i Santi.

La Chiesa non è per una preghiera individualista: sull’esempio di Gesù formula tutte le preghiere al plurale. Pregare per i fratelli e con i fratelli deve essere un segno marcato della nostra vita cristiana.

La Chiesa non sconsiglia la preghiera individuale: i momenti di silenzio che propone nella Liturgia, dopo le letture, l’omelia e la Comunione, stanno appunto ad indicare quanto le stia a cuore l’intimità di ogni fedele con Dio.

Ma il suo modo di pregare ci deve far decidere a non isolarci dai bisogni dei fratelli: preghiera individuale, sì, ma mai preghiera egoistica! Gesù ci suggerisce di pregare in modo particolare per la Chiesa.

 Lui stesso l’ha fatto, pregando per i Dodici:

“… Padre…Io prego per loro…per coloro che mi hai dato, perché sono Tuoi.Padre, custodisci nel Tuo Nome coloro che mi hai dato,perché siano una cosa sola, come noi… ” (Gv.17,9).

 L’ha fatto per la Chiesa che sarebbe nata da loro, ha pregato per noi: “…Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in Me(Gv.17,20).

Gesù inoltre ha dato l’ordine preciso di pregare per l’incremento della Chiesa:“…Pregate il padrone della messe che mandi operai nella Sua messe…”(Mt. 9,38).

Gesù ha comandato di non escludere nessuno dalla nostra preghiera, nemmeno i nemici:“…Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori…” (Mt. 5,44).

Occorre pregare per la salvezza dell’umanità. E’ il comando di Cristo! Ha messo questa preghiera proprio nel “Padre nostro”, perché fosse la nostra preghiera continua: venga il Tuo Regno.

(segue)

 

Preghiera comunitaria ed individuale sono complementari (4)

Il credente vive necessariamente la sua esperienza di fede in un tessuto comunitario.

Essere Cristiano significa far parte di un popolo, appartenere ad una famiglia.

Col Battesimo io vengo inserito nella Chiesa che è, appunto, una “comunità orante”.

Non ho ancora dato nulla.Non ho fatto nulla.Eppure, subito, ricevo.

Prima ancora che io ne diventi consapevole, vivo, partecipo della preghiera degli altri.

Vengo nutrito, cresco, mi sviluppo grazie alla preghiera della comunità.

 Io sono, prima di tutto, dono, frutto della preghiera altrui.

Viene il momento in cui anch’io devo donare, recare il mio apporto per questa ricchezza di famiglia. Dare e ricevere.

“…In verità vi dico: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre Mio che è nei cieli ve la concederà.Perché dove sono due o tre riuniti nel Mio Nome,

 Io sono in mezzo a loro…” ( Matteo 18,19-20 ).

Questa preghiera comune è irresistibile, ha la certezza di essere ascoltata. L’essere insieme nella preghiera, al di là delle cose che si possono ottenere, vuole esprimere una realtà importante: dal momento che intendiamo rimanere attaccati al Padre, restiamo attaccati fra di noi.

Una frattura, una incrinatura in senso orizzontale, crea una spaccatura anche in senso verticale.

La comunicazione interrotta tra i figli, taglia la comunicazione col Padre.

Quindi la preghiera comune manifesta la volontà di assicurare i collegamenti,di rimanere in comunione.

Attenzione alle note false!

Certo, risulta fondamentale quell’indicazione di Gesù:

“…si accorderanno…”.

Prima dell’esecuzione di un brano musicale si accordano gli strumenti.

Nella preghiera comunitaria -che dovrebbe essere la sinfonia più prodigiosa- non ci si può limitare a sintonizzare le voci, produrre le stesse parole, compiere gli stessi gesti, assumere le stesse posizioni esteriori.E’ il cuore che va sintonizzato!

Si deve realizzare, precisamente, l’ accordo, che è questione di cuore, non di bocca!

Le idee, le mentalità, i punti di vista possono essere “sfasati”, dissonanti, rispetto a quelli del “compagno di preghiera”.Queste dissonanze a livello di testa non impediscono la sinfonia.

L’essenziale, per la preghiera, è l’accordo, ossia mettere il cuore in armonia con quello dell’altro.

La preghiera stonata, non vera, e che quindi non raggiunge il Padre,

è quella dove qualche cuore batte egoisticamente, rifiutando l’altro,

condannandolo, mantenendo le distanze,conservando risentimenti o amarezza.

Le note stridenti più pericolose non sono solo quelle che si avvertono all’esterno,ma quelle che si producono dentro, in profondità.

E spengono la preghiera.Anzi, le impediscono di nascere. Le note false, abitualmente impercettibili, non sono altro che il non-amore

E’ questione di fraternità

Sono figlio, ma anche fratello! Preghiera personale e preghiera comunitaria, lungi dall’essere in opposizione, risultano complementari.

Anzi, l’una ha bisogno dell’altra, rafforza l’altra.

Quanto più io vivo fino in fondo le esigenze della preghiera comune,

tanto più scopro l’esigenza del rapporto personale, irripetibile, con Dio. E se comprendo veramente le esigenze della preghiera comunitaria, questa mi fa avvertire, prepotentemente, il bisogno della preghiera a tu per tu col Padre (che resta, in ogni caso, “nostro”)

Condivisione dei pesi“…Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la Legge di Cristo…” ( Galati 6.2 ).

Questo scambio, questa condivisione dei pesi, si realizza soprattutto nella preghiera comune.

Non tutti sentiamo alla stessa maniera.

Non tutti ci troviamo nelle stesse condizioni.

Qualcuno sta nella gioia ed altri sono attanagliati nell’angoscia.

Uno è sereno e il vicino è tormentato.

Lo slancio degli uni si accompagna alla fiacchezza degli altri.

Ebbene, tutto viene messo in comune.

La forza sostiene la debolezza e le debolezze, unite, diventano forza.

La ricchezza supplisce alla povertà o, meglio, tutto diventa povertà comune! Non conta lo stato d’animo del singolo.

Non ha importanza che qualcuno segni il passo o trascini i piedi.

La preghiera ricompone i vari frammenti diversi fra loro e li solleva verso Dio, formando un insieme unitario.L’equilibrio viene garantito non dalla perfezione di pochi,ma dall’essere tutti mancanti in qualcosa.

Il pregare insieme implica l’accettazione dell’altro.

E se c’è qualche impedimento, bisogna rimuoverlo.

Se c’è qualche muro di separazione bisogna abbatterlo.

Se si stende qualche ombra è necessario dissiparla.

“…Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate…” ( Marco 11,25).

La preghiera comunitaria diventa possibile se passa attraverso la riconciliazione, la pace.

Gli incidenti inevitabili, i conflitti, i contrasti, lacerano sovente il delicato tessuto dei nostri rapporti col prossimo.

L’unità è sempre da rifare, dopo le spaccature e le incrinature.

Ora, la ricomposizione nell’unità, non è un fatto emotivo, sentimentale o semplicemente formale, di facciata.

Implica soprattutto la capacità di perdonare e di chiedere perdono.

C’è bisogno di qualche segno di accoglienza reciproca.

Occorre accorgersi degli altri!! Oltre a dire il nostro “sì” a Dio, dobbiamo dire “sì” a chi ci è accanto durante la preghiera.

L’ “amendella fede deve tradursi anche nell’ “amen” della fraternità.

Non posso illudermi, nella preghiera comune, di essere attento a Dio se non sono attento a chi mi sta a contatto di gomiti.

Per incontrare bisogna incontrarsi. Per arrivare occorre unirsi.

 

Risulta più facile, indubbiamente, pregare per gli altri che pregare con gli altri.

Il Padre gradisce essere pregato da figli che si “mettono d’accordo”.

SINCERI CON DIO

Non dire PADRE se ogni giorno non ti comporti da figlio.

Non dire NOSTRO se vivi isolato nel tuo egoismo.

Non dire CHE SEI NEI CIELI se pensi solo alle cose terrene.

Non dire SIA SANTIFICATO IL TUO NOME se non lo onori.

Non dire VENGA IL TUO REGNO se lo confondi con il successo materiale.

Non dire SIA FATTA LA TUA VOLONTA’ se non l’accetti quando è dolorosa.

Non dire DACCI OGGI IL NOSTRO PANE se non ti preoccupi di chi ha fame.

Non dire PERDONA I NOSTRI DEBITI se conservi rancore verso tuo fratello.

Non dire NON LASCIARCI CADERE NELLA TENTAZIONE se hai intenzione di continuare a peccare.

Non dire LIBERACI DAL MALE se non prendi posizione contro il male.

Non dire AMEN se non prendi sul serio le parole del Padre Nostro!

Gesù per primo ci ha insegnato a pregare al plurale.

La preghiera-modello del “Padre nostro” è tutta al plurale.

E’ curioso questo fatto: Gesù ha esaudito tante preghiere fatte “al singolare”, ma quando Lui insegna a pregare, ci dice di pregare “al plurale”.

Ciò significa, forse, che Gesù accetta questo nostro bisogno di gridare a Lui nelle nostre personali necessità, ma ci avverte che è preferibile andare sempre a Dio con i fratelli.

(segue)

Preghiera sobria, discreta, dimessa (3)

La preghiera povera è la preghiera sobria, discreta, dimessa.
Il povero che prega non ha paura della debolezza, non si preoccupa del numero,della quantità, del successo.
Il povero che prega scopre la forza della debolezza!
“ Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor. 12,10).
Il povero non cerca gratificazioni emotive nella preghiera.
Né elemosina facili consolazioni.
Sa che l’essenza della preghiera non consiste nella gioia sensibile.

Il povero cerca Dio anche quando Dio lo delude, si nasconde, sparisce nella notte. Lui sta lì, senza cedere alla stanchezza, aggrappato alla volontà più che al sentimento, nella fedeltà di un amore disposto ad accettare qualunque prova.
Sa che l’incontro, qualche volta, si realizza nella festa. Ma, più spesso, si consuma in una veglia interminabile.
La “notte oscura”, il freddo, l’angoscia, la non risposta, la lontananza, l’abbandono, il non capire nulla, sono il “sì” più costoso che il povero è chiamato a dire nella preghiera.
Il povero si ostina a tenere aperta la porta a questo Dio che si nega.
La lampada accesa non ha lo scopo di riscaldare. Ma di segnalare una fedeltà sofferta.
Se non accetti che la preghiera ti spogli delle apparenze, ti liberi dagli ingombri,ti prenda tutte le cose inutili, ti strappi le maschere, non sperimenterai mai che cos’è la preghiera.
La preghiera è un’operazione di perdita.
Non si prega perché si vuole avere. Ma perché si acconsente a perdere!
Nella preghiera Dio ti fa scoprire, prima di tutto, ciò di cui non hai bisogno, di cui devi fare a meno.
C’è un “troppo” che deve lasciar posto all’essenziale.
C’è un “di più” che deve dare spazio all’unico necessario.
Pregare non significa accumulare, ma spogliarsi, per ritrovare la nudità e la verità del proprio essere.
La preghiera è un lungo, paziente lavoro di semplificazione della propria vita.
Pregare = voce del verbo sottrarre!!
Fino a far annegare la nostra minuscola isola di soddisfazione,
per lasciarci sommergere dall’oceano di Dio, dai progetti folli del Suo Amore;fino ad ottenere il miracolo del nulla che sfiora l’Infinito!

Il tutto di Dio si colloca unicamente in quel niente, che è uno spazio, aperto dalle mani vuote e da un cuore puro.
Finora abbiamo ripetuto: ATTESA = SPERANZA
POVERTA’ = FEDE
Adesso aggiungiamo una terza disposizione per la preghiera:
INSODDISFAZIONE = DESIDERIO
La preghiera è destinata a coloro che non si rassegnano al fatto
che le cose debbano restare così come stanno.

Quando un uomo si confessa insoddisfatto e desidera tendere verso qualcos’altro, allora è adatto per la preghiera.
Allorché uno è disposto a perdere tutto per tentare l’avventura, per rischiare il nuovo, per abbandonare le abitudini, allora la preghiera fa per lui. La preghiera è per chi non si arrende!
Qualcuno ha definito il Cristiano “un contento insoddisfatto”.
Contento di ciò che il Padre è per lui e fa per lui, insoddisfatto del suo modo di essere figlio,fratello e cittadino del Regno.
La preghiera è infatti, allo stesso tempo, causa di gioia e principio d’inquietudine.Pienezza e tormento. Tensione tra il “già” e il “non ancora”.Sicurezza e ricerca. Pace e…brusco richiamo a ciò che resta da fare!
Nella preghiera restiamo sbalorditi di fronte alla grandiosità illimitata dell’invito del Padre, ma avvertiamo la sproporzione tra la Sua offerta e la nostra risposta.
Si imbocca la strada della preghiera solo dopo aver coltivato germi d’inquietudine. Qualcuno di noi è soddisfatto quando “ha detto le preghiere”.
Dobbiamo scoprire, invece, che l’insoddisfazione costituisce la condizione della preghiera.
“ Guai a voi che ora siete sazi!” (Luca 6.2 5)

Nell’attesa rinunciamo a disporre del tempo (2)

NELL’ATTESA RINUNCIAMO A DISPORRE DEL TEMPO.

E’ IL TEMPO CHE DISPONE DI NOI.

Il tempo dell’attesa è il tempo della speranza. Si attende perché si spera.

L’ attesa è un ponte lanciato verso ciò che non c’è ancora, ma di cui sentiamo struggente il bisogno, verso una presenza possibile di cui non possiamo fare a meno. “L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora” (Salmo 130,6).

Molto spesso ci aspettiamo un Dio “sorprendente”, che esaudisca ogni nostra richiesta in tempi brevi e secondo le nostre aspettative.

Al contrario, il Dio “sorprendente” è l’opposto di un Dio ostaggio dei nostri piani….”Le vostre vie non sono le Mie vie” (Isaia 55,8).

Dovremmo preferire un Dio che ci sorprende ad un Dio che ci accontenta;dovremmo fidarci più delle Sue risposte che delle nostre domande del Suo dono che delle nostre richieste. Dovremmo fidarci di più delle Sue meraviglie che dei nostri desideri!

La vera preghiera non ci consegna un Dio alla nostra portata, largamente prevedibile, ma ci consente di aprire uno spiraglio sull’infinita libertà del Suo Amore.

LA PREGHIERA del “povero”

La povertà rappresenta un atteggiamento fondamentale nella preghiera.

Povertà come manifestazione del proprio nulla ed esplorazione, coraggiosa e discreta, del tutto di Dio. Se l’attesa è espressione della speranza, la povertà è espressione di fede.

Nella preghiera è povero colui che si riconosce dipendente da un altro. Rinuncia a fondare la vita su se stesso, sui propri progetti, le proprie risorse, le proprie sicurezze, ma le aggancia a Dio. Il povero rinuncia a fare dei conti. Preferisce “contare” su Qualcuno!

Il povero si fida del Dio che interviene, ma anche del Dio che non si fa sentire. Del Dio che si manifesta, come del Dio che non dà alcun segno…..

Si tratta di arrendersi ad un Dio che ti dice quando è ora di partire (subito!), ma non ti rivela quando arriverai.

L’unica costante è la provvisorietà. L’unico conforto la precarietà. L’unica ricchezza una promessa. L’unico fatto una Parola.L’orante non è un benestante dello spirito, ma un accattone inguaribile, che elemosina frammenti, schegge di luce.

La sua sete lo fa diffidare delle cisterne, ma lo porta a ricercare incessantemente la sorgente.

La preghiera non è degli “arrivati”, ma dei pellegrini, la cui bisaccia sforacchiata non contiene un gruzzolo che aumenta,bensì il necessario che si esaurisce la sera stessa.

Soltanto chi è povero di tempo riesce a regalare del tempo a Dio!

Difficilmente chi possiede del tempo in abbondanza (e lo sperpera disinvoltamente) trova tempo per pregare. Al massimo, si limita a dare gli scarti.

Il povero compie il miracolo di donare a Dio, nella preghiera, il tempo che non ha. Il tempo che gli manca. Il tempo necessario, non quello superfluo.

E lo dà con larghezza, senza misurare. Attraverso la preghiera, il povero si fida dell’intervento di Dio “nell’istante”.

Quando vi condurranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità,non preoccupatevi come discolparvi, o che cosa dire;

perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire”

(Lc. 12,11).
(segue)