XXVII DOMENICA Anno A
Mt 21, 33-46

 

Omelia
Gesù amava le vigne, doveva conoscerle molto bene e avervi lavorato; le osservava con occhi d’amore e nascevano parabole, ben sei nei vangeli, chiare e dirette.
Ha adottato la vite come suo simbolo forte e dolce (io sono la vite e voi i tralci) e al Padre ha dato nome e figura di vignaiolo (Gv 15,1).
Ma oggi, nel vangelo, una vigna da cui si vendemmia sangue. E tradimento. Una parabola dura, che vorremmo non aver ascoltato, cupa, cattiva, feroce quasi, ma non perché così sia Gesù, ma perché la realtà attorno a lui si è fatta cattiva: sta parlando a chi prepara la sua morte.
Eppure, come è confortante vedere quanto è diverso Dio,
che non si arrende,
che non è mai a corto di meraviglie,
che ricomincia dopo ogni tradimento,
a mandare ancora servitori, altri profeti, poi suo Figlio
e, infine, quando questi sarà pietra scartata, sepolto fuori dalla vigna, fuori Gerusalemme, lo farà risorgere, vincitore sereno del disamore del mondo.
La parabola è trasparente. La vigna è Israele, siamo noi, sono io: vigna e delusione di Dio.
Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna, che io non abbia fatto? E’ bella questa immagine di Isaia di un Dio appassionato, che fa per me ciò che nessuno farà mai e si domanda, come ogni genitore, che cosa potevo fare di più per mio figlio?
La parabola cammina verso un epilogo sanguinoso, già evidente nelle parole dei vignaioli, insensate e brutali: “Costui è l’erede, venite, uccidiamolo e avremo noi l’eredità!”
Ma quale manuale di diritto civile o penale hanno mai letto?
Non è il diritto che li ispira, ma quella forza primordiale e brutale, originaria e stupida, che in ciascuno dice: prendi il posto dell’altro, schiaccialo, eliminalo e avrai il suo campo, la sua casa, la sua donna, i suoi soldi.
Quella voce che grida in ciascuno: sii il più forte, il più crudele, il più furbo e sarai tu il capo, quello che comanda e arricchisce. Uccidiamo e avremo!
Questo narcisismo patologico dei fittavoli, che dicono: “il prodotto è nostro, tutto è nostro”, lo conosciamo. Un narcisismo che diventa stravolgimento dei compiti, per cui l’uomo non è più il giardiniere del mondo, ma il despota. L’uomo che dovrebbe essere l’alleato di Dio nella cura e custodia del mondo, lo vuole invece rapinare, ha bisogno di un nemico da spogliare. E si è fatto nemico della vigna del creato.
Lo richiama con forza papa Francesco nella Laudato sì, “il custode si è fatto predatore”. E ciò che daremo ai nostri figli rischia di essere solo una vigna devastata, un deserto spogliato e spremuto come un limone.
Ma Dio si erge a difesa della vigna: La terra è mia e voi siete ospiti e pellegrini, era l’utopia del grande Giubileo biblico.
La terra non ci appartiene, noi invece apparteniamo alla terra.
Non siamo i dominatori dell’universo, viviamo di ospitalità cosmica.
I fittavoli invece pensano: la vigna è nostra, cosa vuole questo qui?
È esattamente ciò che succede anche oggi: “escludiamo, eliminiamo Dio, togliamo di mezzo ogni riferimento ad una chiave di lettura alta e altra della realtà, facciamoci noi il Dio di noi stessi”.
Gesù sta parlando a coloro che vogliono ucciderlo, vede che cosa gli succederà tra poco. È un momento drammatico. Immagino, vedo un Gesù scosso, si rende conto che non è capito, che le cose stanno prendendo una piega orribile; è turbato dalla reazione di noi uomini.
“Che cosa farà il Padrone della vigna?” La risposta dei capi è tragica: uccidere, eliminare, far fuori i cattivi, sistemare le cose mettendo in campo un di più di violenza.
È la maschera di Dio; la scimmia di Dio, questa!
Noi ancora vorremmo un Dio che metta a posto i banditi e i disonesti, un Dio giustiziere con gli altri, e misericordioso con noi.
Chi non l’ha pensato qualche volta?
Vendetta, morte, il fuoco dal cielo.
Ma non succederà così.
Gesù preferirà andare fino in fondo, pur di non perdere nessuno; preferirà essere appeso, per mostrare in pienezza il volto d’amore di Dio.
Che non è piccino e vendicativo come noi lo immaginiamo o lo temiamo.
Gesù qui introduce la novità propria del Vangelo: la storia perenne dell’amore e del tradimento tra uomo e Dio non si concluderà con un fallimento ma con una vigna nuova.
Perciò io vi dico: il regno di Dio sarà dato a un popolo che ne produca i frutti. Un grande conforto in queste parole. I miei dubbi, i miei peccati, le mie sterilità non bastano a interrompere la storia di Dio. Il mio tradimento non è in grado di fermare il suo piano, il suo progetto avanza nonostante me: la vigna darà frutto.
Dio non spreca la sua eternità in vendette.
Tra Dio e l’uomo le sconfitte servono solo a far meglio risaltare l’amore di Dio. La vigna sarà data, dice infatti, a chi saprà difenderla e farla fruttificare.
Lanza del Vasto ha intitolato un suo libro con questa bellissima immagine visionaria: L’arca aveva una vigna per vela.
L’arca del diluvio, quella che salva l’umanità, l’arca che galleggia sulle acque di questi ininterrotti diluvi e li attraversa, è sospinta da una vela che è Cristo-vite, della quale noi tutti siamo tralci.
Insieme rendiamo la vela sempre più grande e solida, insieme catturiamo il vento buono di Dio. Noi la vela, Dio il Vento.
L’arca aveva una vigna per vela. Noi siamo la vigna, i tralci di Cristo che è la vite, siamo la vela che fa avanzare il mondo in quanto matura grappoli di giustizia, di onestà, di bontà, di pace, di festa.
Non più grappoli rossi di sangue e amari di lacrime, ma una vendemmia buona, un vino di gioia.
E se restiamo tralci attaccati alla vite possente che è Cristo,
verranno gli uccelli e vi faranno il nido
e noi matureremo grappoli d’amore,
che sono acini di Dio,
gocce di Dio sull’arca e sulla storia.

ERMES RONCHI

 

 

 

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