Atteggiamento di fronte alla sofferenza dei nostri cari

Rischiamo spesso di perdere la pace, nel caso in cui una persona a noi vicina venga a trovarsi in una situazione difficile. A volte siamo molto più toccati e preoccupati per la sofferenza di un amico o di un bambino che per la nostra. Questo in se è molto bello, ma non deve costituire motivo di disperazione. Quali inquietudini, talvolta eccessive regnano in alcune famiglie quando uno dei componenti è provato nella salute, disoccupato, vive un momento di depressione…Quanti genitori si lasciano consumare dalla preoccupazione per un problema di un loro figliolo. Tuttavia il Signore ci invita, anche in questo caso, a non perdere la pace interiore, per quell’insieme di ragioni esposte nelle pagine precedenti.
Il nostro dolore è legittimo, purché mantenuto in una condizione di tranquillità. Il Signore non potrebbe abbandonarci: ” Si dimentica forse una donna del suo bambino ? cosi da non commuoversi per il figlio delle sue viscere ? Anche se questa donna si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai ” ( Is 49,15)
E’ pur certo che più avanziamo nella vita cristiana, più la nostra compassione cresce. Mentre noi siamo per natura tanto indifferenti e duri, lo spettacolo della miseria del mondo e la sofferenza dei fratelli strappano lacrime ai santi, ai quali l’intimità con Gesù ha reso il cuore “liquido ” secondo l’espressione del Curato d’Ars. San Domenico passava le sue notti a supplicare il Signore, pregando e piangendo : ” Mia Misericordia, cosa ne sarà dei peccatori ? ”
Potremmo arrogarci il diritto di mettere seriamente in dubbio la validità della vita spirituale di una persona che non manifestasse una vera compassione per il prossimo.
La compassione dei santi è profonda, pronta a sposare tutte le miserie e ad alleviarle, ma è anche sempre dolce, calma e fiduciosa. Essa è frutto dello Spirito Santo.
Mentre la nostra compassione è spesso intrisa di preoccupazione e turbamento perché motivata più dall’amor proprio che da un vero amore.

E’ normale essere profondamente toccati dalla sofferenza di qualcuno che ci è caro, ma se a causa di questo ci tormentiamo fino a perdere la pace, significa che il nostro amore per questa persona non è ancora pienamente spirituale e puro, non è ancora fondato in Dio. Per essere una virtù cristiana, la compassione deve procedere dall’amore (che consiste nel desiderare il bene di una persona, nella volontà di aiutarla alla luce di Dio e in accordo coi suoi disegni ) e non nel timore ( paura della sofferenza, di perdere qualcosa o qualcuno ). Di fatto, dobbiamo riconoscere che troppo spesso il nostro atteggiamento di fronte ai nostri cari, che sono nella sofferenza, è più condizionato dalla paura che fondato sull’amore.

Dio ama infinitamente più di noi e meglio di noi quelli che ci sono vicini. Egli desidera che crediamo a quest’amore ed anche che sappiamo abbandonare tra le sue mani gli esseri a noi cari. Cosi facendo li aiuteremo in modo ben più valido. I nostri fratelli e sorelle che soffrono hanno bisogno di avere attorno a loro persone serene, fiduciose e gioiose. Saranno da esse aiutati molto più efficacemente che da persone preoccupate ed ansiose. Spesso la nostra falsa comprensione non fa che aggiungere tristezza alla tristezza e smarrimento allo smarrimento. Essa non è fonte di pace e di speranza per coloro che soffrono.
Ecco un esempio: una giovane donna soffre molto a causa di una forma di depressione, con paure angosciose che le impediscono spesso di uscire da sola in città. Ho parlato con la madre : scoraggiata, in lacrime, ha supplicato che si pregasse per la guarigione della figlia. Io rispetto infinitamente il dolore comprensibile di questa madre. Naturalmente abbiamo pregato per questa figlia, ma ciò che mi ha colpito è che più tardi, avendo avuto l’occasione di parlare con la giovane, mi sono reso conto che vive la sua sofferenza nella pace. Mi diceva. “Sono incapace di pregare, ma la sola cosa che non smetto mai di dire a Gesù è la parola del Salmo: Tu sei il mio pastore, non manco di nulla. ” Ho incontrato spesso casi del genere: una persona è nella prova e la vive meglio di quelli che la circondano, che si agitano e si preoccupano per lei.
Si devono accompagnare le persone che soffrono con una preghiera perseverante, sperarne la guarigione, fare  il possibile per ottenerla, ma occorre farlo in un clima di pace e di abbandono a Dio.
In tutte le persone che soffrono c’è Gesù.

L’aiuto migliore per affrontare serenamente il dramma della sofferenza possiamo attingerlo prendendo molto sul serio, il mistero dell’incarnazione e quello della croce.
Gesù ha rivestito la nostra carne, ha realmente preso su di sé le nostre sofferenze, e in tutte le persone che soffrono c’è Gesù che soffre.
Nel Vangelo secondo Matteo al capitolo 25, nella narrazione del giudizio finale, Gesù dice a coloro che hanno avuto cura dei malati, visitato i prigionieri, ecc: ” Ogni volta che avrete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me “Queste parole del Signore ci insegnano che”alla sera della vita saremo giudicati sull’amore ” e in particolare sull’amore verso i nostri fratelli bisognosi.
E’ un esortazione alla compassione; siamo chiamati ad impegnare tutte le nostre forze nell’alleviare queste sofferenze, ma anche a posare su di esse uno sguardo di speranza. In tutte le sofferenze c’è un germe di vita e di resurrezione poiché vi è Gesù in persona. Se davanti a qualcuno che soffre abbiamo questa convinzione che è Gesù che soffre in lui e completa quanto manca alla sua passione, per dirla come san Paolo, come essere disperati davanti a questa sofferenza? Cristo non è forse risorto ? La sua passione non è stata redentrice: ” Non continuate ad affliggervi come quelli che non hanno speranza ” ( 1 Ts 4, 13) dice san Paolo.

(continua)

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