La preghiera non è iniziativa umana. Può essere soltanto risposta.Dio mi precede sempre. Con le Sue parole. Con le Sue azioni. Senza le “imprese” di Dio, i Suoi prodigi, le Sue gesta, non nascerebbe la preghiera.
Non ci fosse la Sua parola rivolta all’uomo, la Sua misericordia, l’iniziativa del Suo amore, la bellezza dell’universo uscito dalle Sue mani,la creatura rimarrebbe muta. Il dialogo della preghiera si accende quando Dio interpella l’uomo con dei fatti “che mette sotto i suoi occhi”. Ogni capolavoro ha bisogno di apprezzamento.
Nell’opera della creazione è l’Artefice Divino stesso che si compiace della propria opera: “… Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona …” (Genesi 1,31)
Ma Dio aspetta che il riconoscimento nello stupore e nella gratitudine avvenga anche da parte dell’uomo.
La lode non è altro che l’apprezzamento della creatura
per ciò che ha fatto il Creatore.
“…Lodate il Signore: è bello cantare al nostro Dio,
dolce è lodarLo come a Lui conviene…”( Salmo 147,1)

Cristiano non è colui che chiede delle grazie, o riceve delle grazie.
E’ colui che rende grazie. Non per nulla l’ Eucarestia, che rappresenta l’atto più sublime del culto cristiano, significa, letteralmente, “azione di grazie”. Partiamo da una constatazione: se facciamo un inventario dei contenuti della nostra preghiera, ci accorgiamo che la domanda occupa un posto preponderante rispetto al ringraziamento.

Non soltanto troppo spesso ci scordiamo di ringraziare Dio dopo aver ottenuto quanto chiedevamo, no, la dimenticanza è ancor più radicale.
Infatti riusciamo ad essere puntigliosi quando si tratta di constatare ciò che ci manca, per stilare la lista delle pressanti richieste.
Ma ci dimostriamo sbadati quando dovremmo accorgerci di ciò che riceviamo quotidianamente. Avvertiamo la mancanza. Non sappiamo prendere atto del dono, specialmente di quello che ci viene recapitato silenziosamente, con regolarità quotidiana. Siamo distratti, tutto ci è dovuto e la distrazione non fa nascere in noi l’esigenza della preghiera per “dire grazie”.

Il punto di partenza è dunque l’esperienza dell’amore gratuito di Dio (“amati e scelti”), che conferisce alla preghiera una tonalità di prorompente riconoscenza. Il popolo di Dio che ha sperimentato la grazia, diventa capace di gratitudine.
E questa riconoscenza non permea soltanto la preghiera, ma l’intera vita del cristiano in tutte le sue manifestazioni. La gratitudine è stata definita come “la memoria del cuore”, ma non si tratta soltanto di ricordare. Occorre rendersi conto, accorgersi di una realtà presente.
Riconoscenza deriva da “conoscere”.
Qui, però, non è questione semplicemente di “apprendere con l’intelletto”,
ma di far entrare in azione il cuore. Per cui una certa realtà viene vista, accolta, interpretata, capita, ricevuta dal cuore.
La grande nemica della riconoscenza è certamente l’abitudine; quando si da tutto per scontato, o addirittura dovuto, si diventa incapaci di dire grazie.

Se invece riconosco che “tutto è grazia”, allora tutto diventa occasione per “rendere grazie”.“Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?…” (Salmo 116,12)

Io devo qualcosa a Qualcuno. Io devo qualcosa a tutti. Se uno non si sente debitore, nella vita accamperà sempre e soltanto dei diritti, delle  pretese, non sarà mai amico del dovere.
Non sentirà il “dovere di contraccambiare”. Il dovere è l’altra faccia della gratitudine. Chi non ama il dovere, non possiede il senso della grandezza
e della preziosità della vita. Non un dovere cupo, opprimente. Ma una dovere gioioso, che si esprime nel canto, oltre che nel lavoro.

La preghiera come racconto confidenziale
“Signore, ho qualcosa da raccontarti. Ma è un segreto tra me e Te”.
La preghiera confidenziale può iniziare più o meno così.
E può snodarsi sotto forma di racconto.
Piano, semplice, spontaneo, in una tonalità dimessa, senza amplificazioni.
Si tratta di riferire un episodio che ti ha visto protagonista nascosto;
un’azione senza risalto, un gesto che è sfuggito all’attenzione generale.
Nessuno si è accorto di nulla. E allora ti apri a Lui, non per lamentarti,
ma per offrirGli un “dono intatto”, esclusivo, sottratto alla curiosità altrui. Nessuna gratificazione, salvo quella di aver compiuto “una bella azione” per Colui che ami.
Stavolta il valore dell’azione dipende dal prezzo che hai pagato in termini di segretezza.
Convinciti che è molto importante questo tipo di preghiera confidenziale
nella nostra società all’insegna dell’apparire, dell’ esibizione, della vanità.
Ognuno, a dispetto delle professioni di umiltà, esige che dalla platea vengano gli applausi. Tutto  deve diventare notizia. Non importa il prodotto.
Bisogna allestire una grandiosa vetrina.
Eppure l’amore ha bisogno soprattutto di umiltà, di pudore.
L’amore non è più amore senza un contesto di segretezza, senza la dimensione di riservatezza.
Ritrova dunque nella preghiera la gioia del nascondimento, della non-appariscenza

FINE

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