IL TEMPO DELLA SOSTA

di Fausto Corsetti

Il sole c’è sempre: basta aprire gli occhi. Girarci intorno e annusare il sapore della luce, quella che parla di ciò che è diverso da sé, che invita a dare un nome, il nome giusto a ciò che ci abita intorno e, al tempo stesso, definisce esattamente il nostro volto, i lineamenti che fanno di noi quell’unico e irripetibile mistero che siamo per gli altri, e per noi stessi.

Racconto inedito: questo è ciò che siamo. E così sono anche le pagine di vita che sfogliamo nello scorrere dei giorni. Pagine fatte di volti, storie, segreti, sogni e profondità.

Passare, andare, viaggiare, altro non è che cogliere e abitare, portare dentro e custodire, lasciare tempo. Così, le cose, gli sguardi, le mani, i passi ci vengono incontro e cominciano a parlare, a indicare, a stringere, ad accompagnare. Tutto può diventare nostro, quando tutto è lasciato al posto giusto.

Tutto ci appartiene, quando accettiamo che gli altri siano importanti, significativi, significanti per la nostra solitudine, per il nostro essere noi stessi.

Solitudine e convivialità sono le colonne della casa nuova che è possibile costruire quando si smette di aspettare che siano gli altri a cominciare.

Non è possibile star bene con gli altri, se non si è capaci di restare, di stare in silenzio e solitudine con sé stessi. Cosa è possibile spartire, se non si sa ciò che abita dentro di sé?

Dove tutti odono chiasso, a pochi riesce di udire voci e parole: la voce che parla. Non sono solo il silenzio e la solitudine, dunque, ad avere suono e messaggio. Ovunque è possibile sentire e condividere, vedere e spartire. Convivialità: parola antica, eppure in grado di provocare anche un oggi dove, troppo spesso, si vive soli e lontani, e di creare spazi e tempi di sosta e spartizione.

Ci vuole tempo, più tempo per entrare nella storia dell’altro, una storia che non è mai possibile possedere, ma solo condividere, un incontro che non si può comprendere, ma solo accogliere, una esperienza che non è possibile spiegare, ma solo condividere.

Può bastare anche un pezzo di pane, persino indurito: se messo insieme all’ultimo mezzo bicchiere di vino avanzato a un altro che nulla di più possiede, può diventare una cena, una festa, un incontro. E nessuna festa è possibile, se non vi sia almeno un pezzo di vita da spezzare e da spartire e un frammento di speranza da condividere.

Il tempo della sosta viene buono, ad ogni estate, per farci camminare su sentieri raramente calpestati, per abitare spazi e profondità troppo spesso solo sognate, per farci capire che riusciremo a vivere bene insieme, solo se sapremo star bene con noi stessi.

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