La preghiera personale (6)

La preghiera personale, nel Vangelo, si colloca in un luogo preciso: “Tu,invece, quando preghi, entra nella tua camera e chiusa la porta prega il Padre tuo nel segreto” (Mt. 6,6).

L’ invece sottolinea un atteggiamento opposto a quello degli “ipocriti, che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze”.

 La parola d’ordine è “nel segreto”.

A proposito della preghiera, c’è la contrapposizione marcata tra “piazza” e “camera”.

Ossia tra ostentazione e segretezza. Esibizionismo e pudore.

Frastuono e silenzio.Spettacolo e vita.

La parola chiave, naturalmente, è quella che indica il destinatario della preghiera:il Padre tuo…”.

La preghiera cristiana è basata sull’esperienza della paternità divina e della nostra figliolanza.

La relazione da stabilire, quindi, è quella tra Padre e figlio.

Ossia qualcosa di familiare, intimo, semplice, spontaneo.

Ora, se nella preghiera cerchi gli sguardi altrui,non puoi pretendere di attirare su di te anche l’attenzione di Dio.

Il Padre, “che vede nel segreto”, non ha nulla a che fare con una preghiera destinata al pubblico, offerta in spettacolo devoto, edificante.

Quello che conta è la relazione col Padre, il contatto che stabilisci con Lui.

La preghiera è vera soltanto se riesci a chiudere la porta, ossia a lasciar fuori qualsiasi altra preoccupazione che non sia quella d’incontrare Dio.

L’amore – e la preghiera o è dialogo d’amore o non è nulla – va riscattato dalla superficialità, custodito nel segreto, sottratto agli sguardi indiscreti, protetto dalla curiosità.

Gesù suggerisce la frequentazione della “camera”( tameion ),

quale luogo sicuro per la preghiera personale dei “figli”.

Il tameion era il locale della casa inaccessibile agli estranei, ripostiglio sotterraneo, rifugio dove si custodisce il tesoro, o, semplicemente, cantina.

I monaci antichi hanno preso alla lettera questa raccomandazione del Maestro ed hanno inventato la cella, luogo della preghiera individuale.

Qualcuno fa derivare la parola cella da coelum.

Ossia, l’ambiente dove uno prega è una specie di cielo trasferito quaggiù,un anticipo della felicità eterna.

Noi, non solo siamo destinati al cielo, ma non possiamo vivere senza cielo. Il grigio cupo della nostra esistenza di quaggiù può essere riscattato da regolari “trasfusioni d’azzurro”: la preghiera appunto.

Altri affermano invece che la parola cella sia in rapporto al verbo celare

( = nascondere ).

Ossia il luogo della preghiera nascosta, negata all’invadenza del pubblico e consegnata unicamente all’attenzione del Padre.

Intendiamoci: Gesù, quando parla del tameion, non propone una preghiera all’insegna dell’intimismo, di un individualismo compiaciuto ed esasperato.

Il “Padre tuo”, è “tuo” soltanto se è di tutti, se diventa il Padre nostro”.

La solitudine non va confusa con l’isolamento.

La solitudine risulta, necessariamente, comunionale.

Chi si rifugia nel tameion ritrova il Padre, ma anche i fratelli.

Il tameion ti protegge dal pubblico, non dal prossimo.

Ti sottrae alla piazza, ma ti colloca al centro del mondo.

In piazza, nella sinagoga, puoi portare una maschera, puoi recitare parole vuote.

Ma per pregare devi renderti conto che Lui vede quello che porti dentro.

Quindi è proprio il caso di chiudere accuratamente la porta ed accettare quello sguardo in profondità, quel dialogo essenziale che ti rivela a te stesso.

Un giovane monaco si era rivolto ad un anziano perché afflitto da un problema tormentoso. Si è sentito rispondere: “Torna nella tua cella e lì troverai quello che cerchi fuori!” Parlami della preghiera!

Ed egli rispose, dicendo: Voi pregate nella disperazione e nel bisogno;

pregate piuttosto nella gioia piena e nei giorni d’abbondanza!

Poiché non è forse la preghiera l’espansione di voi stessi nell’etere vivente?Se versare la vostra oscurità nello spazio vi conforta, una gioia più grande è versare la vostra luce. E se piangete soltanto quando l’anima vi chiama alla preghiera, essa dovrebbe mutare le vostre lacrime fino al sorriso.

Quando pregate vi innalzate a incontrare nell’aria quelli che pregano nel medesimo istante;voi non potete incontrarli che nella preghiera.

Perciò questa visita all’invisibile tempio, non sia che un’estasi ed una dolce comunione….

 Pregare di più o pregare meglio?

Un equivoco sempre duro a morire è quello della quantità.

In troppa pedagogia sulla preghiera domina ancora la preoccupazione, quasi ossessiva, del numero, delle dosi, delle scadenze.

E’ naturale allora che molte persone “religiose” compiano il goffo tentativo di far pendere la bilancia dalla loro parte, aggiungendo pratiche, devozioni, pii esercizi.

Dio non è un contabile!

.. Lui sapeva quello che c’è in ogni uomo..” (Gv 2,25)

O, secondo un’ altra traduzione: “…ciò che l’uomo porta dentro…”.

Dio riesce a vedere soltanto quello che l’uomo “porta dentro” quando prega. Una mistica d’oggi, Suor Maria Giuseppina di Gesù Crocifisso,

Carmelitana scalza, ammoniva: “Date il cuore a Dio nella preghiera, anziché tante parole! “

Si può e si deve pregare di più, senza per questo moltiplicare le preghiere. Il vuoto di preghiera nella nostra vita non lo si colma con la quantità, ma con l’autenticità e l’intensità della comunione.

Io prego di più quando imparo a pregare meglio.

Devo crescere nella preghiera, piuttosto che aumentare il numero delle preghiere. Amare non vuol dire ammucchiare la maggior quantità di parole,ma stare davanti all’Altro nella verità e trasparenza del proprio essere.

Pregare il Padre

 “… Quando pregate, dite: Padre …” (Lc 11,2).

Gesù ci invita ad usare esclusivamente questo nome nella preghiera:

Padre Anzi: Abbà! (papà)

“Padre” racchiude tutto ciò che possiamo esprimere nella preghiera.

E contiene anche “ l’inesprimibile”.Continuiamo quindi a ripetere, come in una litania incessante: “Abbà…abbà…” Non è necessario aggiungere altro.

Sentiremo crescere in noi la fiducia. Avvertiremo, attorno a noi,

la presenza impegnativa di un numero sterminato di fratelli.

Soprattutto, verremo afferrati dallo stupore di essere figli.

Pregare la Madre

Quando pregate dite anche: “ Madre! “

Nel quarto vangelo, Maria di Nazareth sembra aver perso il proprio nome.

Infatti viene indicata esclusivamente col titolo di “Madre”.

La “preghiera del nome di Maria” non può essere che questa:

“Mamma … mamma …”

Neppure qui esistono limiti. La litania, sempre uguale, può prolungarsi all’infinito, ma arriva certamente il momento in cui, dopo l’ultima invocazione “mamma”, avvertiamo la risposta tanto attesa, eppure sorprendente: “Gesù!” Maria conduce sempre al Figlio. (segue)

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Noi non esistiamo più da soli (5)

 

A motivo di Gesù, che vive in noi, noi non esistiamo più da soli, siamo individui responsabili dei nostri atti personali, ma portiamo in noi anche la responsabilità di tutti i fratelli.

 Tutto il bene che è in noi, in gran parte lo dobbiamo agli altri; Cristo perciò ci invita a mitigare il nostro individualismo nella preghiera.

Finchè la nostra preghiera è molto individualista, ha poco contenuto di carità, perciò ha poco sapore cristiano. L’ affidare ai fratelli i nostri problemi è un po’ come morire a noi stessi, è un fattore che apre le porte ad essere esauditi da Dio.

 Il gruppo ha una potenza particolare su Dio e Gesù ce ne dà il segreto: nel gruppo unito nel Suo Nome, c’è anche Lui presente, che prega. Occorre però che il gruppo sia “unito nel Suo Nome”, cioè unito fortemente nel Suo Amore.

 Un gruppo che ama è strumento idoneo a comunicare con Dio e a ricevere il flusso dell’Amore di Dio su chi ha bisogno di preghiera: “la corrente d’Amore ci fa capaci di comunicare col Padre ed ha potere sui malati”.

Anche Gesù, nel momento cruciale della Sua vita, ha voluto i fratelli a pregare con Lui: al Getsemani sceglie Pietro, Giacomo e Giovanni “perché stessero con Lui a pregare”.

La preghiera Liturgica poi, ha una potenza ancora più grande, perché ci immerge nella preghiera di tutta la Chiesa, attraverso la presenza di Cristo.

Bisogna riscoprire questa enorme potenza d’intercessione, che investe tutto il mondo, coinvolge la terra e il cielo, il presente e il passato, i peccatori e i Santi.

La Chiesa non è per una preghiera individualista: sull’esempio di Gesù formula tutte le preghiere al plurale. Pregare per i fratelli e con i fratelli deve essere un segno marcato della nostra vita cristiana.

La Chiesa non sconsiglia la preghiera individuale: i momenti di silenzio che propone nella Liturgia, dopo le letture, l’omelia e la Comunione, stanno appunto ad indicare quanto le stia a cuore l’intimità di ogni fedele con Dio.

Ma il suo modo di pregare ci deve far decidere a non isolarci dai bisogni dei fratelli: preghiera individuale, sì, ma mai preghiera egoistica! Gesù ci suggerisce di pregare in modo particolare per la Chiesa.

 Lui stesso l’ha fatto, pregando per i Dodici:

“… Padre…Io prego per loro…per coloro che mi hai dato, perché sono Tuoi.Padre, custodisci nel Tuo Nome coloro che mi hai dato,perché siano una cosa sola, come noi… ” (Gv.17,9).

 L’ha fatto per la Chiesa che sarebbe nata da loro, ha pregato per noi: “…Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in Me(Gv.17,20).

Gesù inoltre ha dato l’ordine preciso di pregare per l’incremento della Chiesa:“…Pregate il padrone della messe che mandi operai nella Sua messe…”(Mt. 9,38).

Gesù ha comandato di non escludere nessuno dalla nostra preghiera, nemmeno i nemici:“…Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori…” (Mt. 5,44).

Occorre pregare per la salvezza dell’umanità. E’ il comando di Cristo! Ha messo questa preghiera proprio nel “Padre nostro”, perché fosse la nostra preghiera continua: venga il Tuo Regno.

(segue)

 

Preghiera comunitaria ed individuale sono complementari (4)

Il credente vive necessariamente la sua esperienza di fede in un tessuto comunitario.

Essere Cristiano significa far parte di un popolo, appartenere ad una famiglia.

Col Battesimo io vengo inserito nella Chiesa che è, appunto, una “comunità orante”.

Non ho ancora dato nulla.Non ho fatto nulla.Eppure, subito, ricevo.

Prima ancora che io ne diventi consapevole, vivo, partecipo della preghiera degli altri.

Vengo nutrito, cresco, mi sviluppo grazie alla preghiera della comunità.

 Io sono, prima di tutto, dono, frutto della preghiera altrui.

Viene il momento in cui anch’io devo donare, recare il mio apporto per questa ricchezza di famiglia. Dare e ricevere.

“…In verità vi dico: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre Mio che è nei cieli ve la concederà.Perché dove sono due o tre riuniti nel Mio Nome,

 Io sono in mezzo a loro…” ( Matteo 18,19-20 ).

Questa preghiera comune è irresistibile, ha la certezza di essere ascoltata. L’essere insieme nella preghiera, al di là delle cose che si possono ottenere, vuole esprimere una realtà importante: dal momento che intendiamo rimanere attaccati al Padre, restiamo attaccati fra di noi.

Una frattura, una incrinatura in senso orizzontale, crea una spaccatura anche in senso verticale.

La comunicazione interrotta tra i figli, taglia la comunicazione col Padre.

Quindi la preghiera comune manifesta la volontà di assicurare i collegamenti,di rimanere in comunione.

Attenzione alle note false!

Certo, risulta fondamentale quell’indicazione di Gesù:

“…si accorderanno…”.

Prima dell’esecuzione di un brano musicale si accordano gli strumenti.

Nella preghiera comunitaria -che dovrebbe essere la sinfonia più prodigiosa- non ci si può limitare a sintonizzare le voci, produrre le stesse parole, compiere gli stessi gesti, assumere le stesse posizioni esteriori.E’ il cuore che va sintonizzato!

Si deve realizzare, precisamente, l’ accordo, che è questione di cuore, non di bocca!

Le idee, le mentalità, i punti di vista possono essere “sfasati”, dissonanti, rispetto a quelli del “compagno di preghiera”.Queste dissonanze a livello di testa non impediscono la sinfonia.

L’essenziale, per la preghiera, è l’accordo, ossia mettere il cuore in armonia con quello dell’altro.

La preghiera stonata, non vera, e che quindi non raggiunge il Padre,

è quella dove qualche cuore batte egoisticamente, rifiutando l’altro,

condannandolo, mantenendo le distanze,conservando risentimenti o amarezza.

Le note stridenti più pericolose non sono solo quelle che si avvertono all’esterno,ma quelle che si producono dentro, in profondità.

E spengono la preghiera.Anzi, le impediscono di nascere. Le note false, abitualmente impercettibili, non sono altro che il non-amore

E’ questione di fraternità

Sono figlio, ma anche fratello! Preghiera personale e preghiera comunitaria, lungi dall’essere in opposizione, risultano complementari.

Anzi, l’una ha bisogno dell’altra, rafforza l’altra.

Quanto più io vivo fino in fondo le esigenze della preghiera comune,

tanto più scopro l’esigenza del rapporto personale, irripetibile, con Dio. E se comprendo veramente le esigenze della preghiera comunitaria, questa mi fa avvertire, prepotentemente, il bisogno della preghiera a tu per tu col Padre (che resta, in ogni caso, “nostro”)

Condivisione dei pesi“…Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la Legge di Cristo…” ( Galati 6.2 ).

Questo scambio, questa condivisione dei pesi, si realizza soprattutto nella preghiera comune.

Non tutti sentiamo alla stessa maniera.

Non tutti ci troviamo nelle stesse condizioni.

Qualcuno sta nella gioia ed altri sono attanagliati nell’angoscia.

Uno è sereno e il vicino è tormentato.

Lo slancio degli uni si accompagna alla fiacchezza degli altri.

Ebbene, tutto viene messo in comune.

La forza sostiene la debolezza e le debolezze, unite, diventano forza.

La ricchezza supplisce alla povertà o, meglio, tutto diventa povertà comune! Non conta lo stato d’animo del singolo.

Non ha importanza che qualcuno segni il passo o trascini i piedi.

La preghiera ricompone i vari frammenti diversi fra loro e li solleva verso Dio, formando un insieme unitario.L’equilibrio viene garantito non dalla perfezione di pochi,ma dall’essere tutti mancanti in qualcosa.

Il pregare insieme implica l’accettazione dell’altro.

E se c’è qualche impedimento, bisogna rimuoverlo.

Se c’è qualche muro di separazione bisogna abbatterlo.

Se si stende qualche ombra è necessario dissiparla.

“…Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate…” ( Marco 11,25).

La preghiera comunitaria diventa possibile se passa attraverso la riconciliazione, la pace.

Gli incidenti inevitabili, i conflitti, i contrasti, lacerano sovente il delicato tessuto dei nostri rapporti col prossimo.

L’unità è sempre da rifare, dopo le spaccature e le incrinature.

Ora, la ricomposizione nell’unità, non è un fatto emotivo, sentimentale o semplicemente formale, di facciata.

Implica soprattutto la capacità di perdonare e di chiedere perdono.

C’è bisogno di qualche segno di accoglienza reciproca.

Occorre accorgersi degli altri!! Oltre a dire il nostro “sì” a Dio, dobbiamo dire “sì” a chi ci è accanto durante la preghiera.

L’ “amendella fede deve tradursi anche nell’ “amen” della fraternità.

Non posso illudermi, nella preghiera comune, di essere attento a Dio se non sono attento a chi mi sta a contatto di gomiti.

Per incontrare bisogna incontrarsi. Per arrivare occorre unirsi.

 

Risulta più facile, indubbiamente, pregare per gli altri che pregare con gli altri.

Il Padre gradisce essere pregato da figli che si “mettono d’accordo”.

SINCERI CON DIO

Non dire PADRE se ogni giorno non ti comporti da figlio.

Non dire NOSTRO se vivi isolato nel tuo egoismo.

Non dire CHE SEI NEI CIELI se pensi solo alle cose terrene.

Non dire SIA SANTIFICATO IL TUO NOME se non lo onori.

Non dire VENGA IL TUO REGNO se lo confondi con il successo materiale.

Non dire SIA FATTA LA TUA VOLONTA’ se non l’accetti quando è dolorosa.

Non dire DACCI OGGI IL NOSTRO PANE se non ti preoccupi di chi ha fame.

Non dire PERDONA I NOSTRI DEBITI se conservi rancore verso tuo fratello.

Non dire NON LASCIARCI CADERE NELLA TENTAZIONE se hai intenzione di continuare a peccare.

Non dire LIBERACI DAL MALE se non prendi posizione contro il male.

Non dire AMEN se non prendi sul serio le parole del Padre Nostro!

Gesù per primo ci ha insegnato a pregare al plurale.

La preghiera-modello del “Padre nostro” è tutta al plurale.

E’ curioso questo fatto: Gesù ha esaudito tante preghiere fatte “al singolare”, ma quando Lui insegna a pregare, ci dice di pregare “al plurale”.

Ciò significa, forse, che Gesù accetta questo nostro bisogno di gridare a Lui nelle nostre personali necessità, ma ci avverte che è preferibile andare sempre a Dio con i fratelli.

(segue)

Preghiera sobria, discreta, dimessa (3)

La preghiera povera è la preghiera sobria, discreta, dimessa.
Il povero che prega non ha paura della debolezza, non si preoccupa del numero,della quantità, del successo.
Il povero che prega scopre la forza della debolezza!
“ Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor. 12,10).
Il povero non cerca gratificazioni emotive nella preghiera.
Né elemosina facili consolazioni.
Sa che l’essenza della preghiera non consiste nella gioia sensibile.

Il povero cerca Dio anche quando Dio lo delude, si nasconde, sparisce nella notte. Lui sta lì, senza cedere alla stanchezza, aggrappato alla volontà più che al sentimento, nella fedeltà di un amore disposto ad accettare qualunque prova.
Sa che l’incontro, qualche volta, si realizza nella festa. Ma, più spesso, si consuma in una veglia interminabile.
La “notte oscura”, il freddo, l’angoscia, la non risposta, la lontananza, l’abbandono, il non capire nulla, sono il “sì” più costoso che il povero è chiamato a dire nella preghiera.
Il povero si ostina a tenere aperta la porta a questo Dio che si nega.
La lampada accesa non ha lo scopo di riscaldare. Ma di segnalare una fedeltà sofferta.
Se non accetti che la preghiera ti spogli delle apparenze, ti liberi dagli ingombri,ti prenda tutte le cose inutili, ti strappi le maschere, non sperimenterai mai che cos’è la preghiera.
La preghiera è un’operazione di perdita.
Non si prega perché si vuole avere. Ma perché si acconsente a perdere!
Nella preghiera Dio ti fa scoprire, prima di tutto, ciò di cui non hai bisogno, di cui devi fare a meno.
C’è un “troppo” che deve lasciar posto all’essenziale.
C’è un “di più” che deve dare spazio all’unico necessario.
Pregare non significa accumulare, ma spogliarsi, per ritrovare la nudità e la verità del proprio essere.
La preghiera è un lungo, paziente lavoro di semplificazione della propria vita.
Pregare = voce del verbo sottrarre!!
Fino a far annegare la nostra minuscola isola di soddisfazione,
per lasciarci sommergere dall’oceano di Dio, dai progetti folli del Suo Amore;fino ad ottenere il miracolo del nulla che sfiora l’Infinito!

Il tutto di Dio si colloca unicamente in quel niente, che è uno spazio, aperto dalle mani vuote e da un cuore puro.
Finora abbiamo ripetuto: ATTESA = SPERANZA
POVERTA’ = FEDE
Adesso aggiungiamo una terza disposizione per la preghiera:
INSODDISFAZIONE = DESIDERIO
La preghiera è destinata a coloro che non si rassegnano al fatto
che le cose debbano restare così come stanno.

Quando un uomo si confessa insoddisfatto e desidera tendere verso qualcos’altro, allora è adatto per la preghiera.
Allorché uno è disposto a perdere tutto per tentare l’avventura, per rischiare il nuovo, per abbandonare le abitudini, allora la preghiera fa per lui. La preghiera è per chi non si arrende!
Qualcuno ha definito il Cristiano “un contento insoddisfatto”.
Contento di ciò che il Padre è per lui e fa per lui, insoddisfatto del suo modo di essere figlio,fratello e cittadino del Regno.
La preghiera è infatti, allo stesso tempo, causa di gioia e principio d’inquietudine.Pienezza e tormento. Tensione tra il “già” e il “non ancora”.Sicurezza e ricerca. Pace e…brusco richiamo a ciò che resta da fare!
Nella preghiera restiamo sbalorditi di fronte alla grandiosità illimitata dell’invito del Padre, ma avvertiamo la sproporzione tra la Sua offerta e la nostra risposta.
Si imbocca la strada della preghiera solo dopo aver coltivato germi d’inquietudine. Qualcuno di noi è soddisfatto quando “ha detto le preghiere”.
Dobbiamo scoprire, invece, che l’insoddisfazione costituisce la condizione della preghiera.
“ Guai a voi che ora siete sazi!” (Luca 6.2 5)

Nell’attesa rinunciamo a disporre del tempo (2)

NELL’ATTESA RINUNCIAMO A DISPORRE DEL TEMPO.

E’ IL TEMPO CHE DISPONE DI NOI.

Il tempo dell’attesa è il tempo della speranza. Si attende perché si spera.

L’ attesa è un ponte lanciato verso ciò che non c’è ancora, ma di cui sentiamo struggente il bisogno, verso una presenza possibile di cui non possiamo fare a meno. “L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora” (Salmo 130,6).

Molto spesso ci aspettiamo un Dio “sorprendente”, che esaudisca ogni nostra richiesta in tempi brevi e secondo le nostre aspettative.

Al contrario, il Dio “sorprendente” è l’opposto di un Dio ostaggio dei nostri piani….”Le vostre vie non sono le Mie vie” (Isaia 55,8).

Dovremmo preferire un Dio che ci sorprende ad un Dio che ci accontenta;dovremmo fidarci più delle Sue risposte che delle nostre domande del Suo dono che delle nostre richieste. Dovremmo fidarci di più delle Sue meraviglie che dei nostri desideri!

La vera preghiera non ci consegna un Dio alla nostra portata, largamente prevedibile, ma ci consente di aprire uno spiraglio sull’infinita libertà del Suo Amore.

LA PREGHIERA del “povero”

La povertà rappresenta un atteggiamento fondamentale nella preghiera.

Povertà come manifestazione del proprio nulla ed esplorazione, coraggiosa e discreta, del tutto di Dio. Se l’attesa è espressione della speranza, la povertà è espressione di fede.

Nella preghiera è povero colui che si riconosce dipendente da un altro. Rinuncia a fondare la vita su se stesso, sui propri progetti, le proprie risorse, le proprie sicurezze, ma le aggancia a Dio. Il povero rinuncia a fare dei conti. Preferisce “contare” su Qualcuno!

Il povero si fida del Dio che interviene, ma anche del Dio che non si fa sentire. Del Dio che si manifesta, come del Dio che non dà alcun segno…..

Si tratta di arrendersi ad un Dio che ti dice quando è ora di partire (subito!), ma non ti rivela quando arriverai.

L’unica costante è la provvisorietà. L’unico conforto la precarietà. L’unica ricchezza una promessa. L’unico fatto una Parola.L’orante non è un benestante dello spirito, ma un accattone inguaribile, che elemosina frammenti, schegge di luce.

La sua sete lo fa diffidare delle cisterne, ma lo porta a ricercare incessantemente la sorgente.

La preghiera non è degli “arrivati”, ma dei pellegrini, la cui bisaccia sforacchiata non contiene un gruzzolo che aumenta,bensì il necessario che si esaurisce la sera stessa.

Soltanto chi è povero di tempo riesce a regalare del tempo a Dio!

Difficilmente chi possiede del tempo in abbondanza (e lo sperpera disinvoltamente) trova tempo per pregare. Al massimo, si limita a dare gli scarti.

Il povero compie il miracolo di donare a Dio, nella preghiera, il tempo che non ha. Il tempo che gli manca. Il tempo necessario, non quello superfluo.

E lo dà con larghezza, senza misurare. Attraverso la preghiera, il povero si fida dell’intervento di Dio “nell’istante”.

Quando vi condurranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità,non preoccupatevi come discolparvi, o che cosa dire;

perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire”

(Lc. 12,11).
(segue)

C’è chi recita le preghiere e c’è chi prega (1)

Come sempre quando leggo qualcosa che mi convince e mi arricchisce, mi viene il desiderio di condividere anche se so che ciò che mi piace e mi cattura potrebbe non interessare. E’ uno scritto lungo sulla preghiera che va letto e gustato con calma, per cui lo dividerò in più articoli. Un saluto e buona resurrezione a tutti.
Lucetta

LA PREGHIERA

 

C’E’ CHI RECITA LE PREGHIERE E C’E’ CHI PREGA

Le due categorie di persone sono separate da un abisso!

Una è attestata sul versante aspro del dovere.

L’altra sulla sponda vertiginosa ed inebriante dell’amore.

Ci sono i recitanti. Ed esistono, per fortuna, gli oranti.

I primi sono soddisfatti quando hanno macinato con le labbra, tutta la serie prescritta di formule.

Gli altri avvertono l’esigenza di stabilire il contatto del cuore.

Per gli uni la preghiera…sono le preghiere, le devozioni, le pratiche.

 Per gli altri, la preghiera è un dialogo con un Tu.

 Il recitante è preoccupato del numero.

All’orante sta a cuore l’intensità della comunione, la qualità della relazione.

Il recitante si aggrappa alle parole; l’orante ha molta familiarità anche con il silenzio.

Per il primo la domanda fondamentale è: “Che cosa devo dire?”

L’altro considera la preghiera come possibilità inaudita

di un “faccia a faccia” atteso e desiderato.

E’ quindi sorpresa, gioia, apertura!

Sul versante delle preghiere domina la noia, la monotonia,

 il “mestiere” sulle labbra.

Su quello della preghiera s’impone la vita, la spontaneità, la freschezza

(che non vuol dire facilità, e neppure assenza di sforzo).

Quando si recita, la preghiera è caratterizzata dalla velocità.

A sentire i componenti di certe assemblee che “dicono le preghiere”,

par di udire dei sassi che precipitano fragorosamente, con moto accelerato, giù per la china di una montagna.

Voci che si rincorrono affannosamente, si soverchiano, si sopravanzano,fino al tonfo finale e sospirato dell’ “amen”.

 

L’orante, invece, non è toccato dalla fretta.

Sale lentamente, con calma, con passo leggero,su per il sentiero della tranquilla contemplazione. 

Sarebbe assurdo correre.Lui respira profondamente.

Sosta ad osservare il panorama circostante, familiare e sorprendente.

Ogni volta lo scopre, lo inventa, quasi fosse la prima volta.

Ed è capace di meraviglia, di affascinanti scoperte.

Quando gli altri arrivano in fondo, lui è proteso a raggiungere il principio.

Il recitante percorre la preghiera come un’autostrada, dove tutto è previsto,regolamentato, segnalato. L’importante è arrivare. Lui ha pagato il pedaggio!

L’orante esplora il bosco sconfinato della preghiera.

Essenziale è scoprire una Presenza.

Lui ha l’impressione di ricevere la preghiera in dono.

Uno “sa” le preghiere.

L’altro non sa dove lo porta la preghiera.

SE VENGONO SOLO RECITATE LE PREGHIERE SONO UN “SUONO”.

LA PREGHIERA AUTENTICA E’ LUCE

 

Il recitante, quando ha esaurito la dose prescritta di preghiere, si sente a posto.L’orante prova un senso indicibile di pace.

Il primo ha regolato i conti.

Il secondo si è arricchito.

La linea di separazione è proprio quell’insopprimibile “Tu invece….”

L’atteggiamento fondamentale è quello dell’attesa.

Chi non sa attendere, si dimostra non idoneo alla preghiera, negato per la preghiera.

La posizione dell’attesa richiede un’applicazione tale da scoraggiare i faciloni,gli improvvisatori, i nevrotici collezionisti di emozioni.

Attendere significa letteralmente “tendere verso”.

L’attesa è una posizione che prende, occupa la persona nella sua totalità.

L’attesa realizza una stupefacente armonia ed unità della persona.

Nella preghiera, interpretata come attesa, la creatura viene afferrata dall’ essenziale.

All’apparenza, una persona che aspetta dà l’impressione di perdere tempo,

di non avere niente da fare.

L’attesa della preghiera, invece, è positiva. E’ pienezza. Attività. Incontro anticipato.

Una persona che attende, non ha tempo per altre cose.

E’ totalmente ed esclusivamente occupata nell’attesa.

La preghiera, oltre a farci frequentare “un altro mondo”, ci proietta in un “altro tempo”.

Il tempo di Dio, i suoi ritmi, non sono i nostri.

“…Ai Tuoi occhi, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato,

come un turno di veglia nella notte…” (Salmo 90,4)

Pietro sottolineerà la stessa “sfasatura”: “..Davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo..” ( 2 Pietro 3,8)

All’ansia di arrivare, deve sostituirsi la capacità di ascoltare.

L’attesa è fatta di calma, pace, pazienza, libertà, tempi lunghi, capacità di resistere allo sconforto e alla delusione.

E’ necessario rendersi conto che nella preghiera niente viene concesso alla velocità, alla frenesia, all’agitazione.

 

Niente arriva nel tempo che stabiliamo noi. Dio si fa attendere.

Dio sovente è in ritardo, ma soltanto sulla nostra fretta, non sulla Sua promessa.

Tra noi e Lui si spalanca una distanza infinita. Non siamo noi che la copriamo. Soltanto Lui la può annullare. E’ Dio che si fa vicino.

Nessun passo, da parte nostra, ci può condurre a raggiungerLo.

Sul nostro versante, l’unica possibilità che abbiamo è l’attesa.

Soltanto l’attesa riduce, in un certo senso, quella distanza abissale.

 

Aspettare significa che non sopportiamo la lontananza.

E’ Dio che si muove verso di noi nella preghiera.

Attendere vuol dire, paradossalmente, essere consapevoli che … siamo attesi!

Proprio così: sono io che aspetto e, nello stesso tempo, sono atteso.

 (segue)

Farò la Pasqua da te

SABATO SANTO


Farò la Pasqua da te

Commento di Severino Pagani,

(…) Dietro a questo buio e a questo masso rotolato si è costretti ad andare oltre la propria vicenda personale e assaporare quel più ampio sentire del mondo: un sentire che serpeggia nel cuore di molte persone confuse.

Nel mondo di oggi Dio è cercato, evitato, mal sopportato, negato. Alcuni lo cercano, altri diffidano di lui, non lo vogliono trovare.

C’è chi soffre perché c’è Dio, chi soffre perché non c’è, chi perché sembra esserci e scomparire; insieme necessario e irrilevante.

Il giorno del Sabato santo è il giorno dedicato agli atei, non agli atei teorici, non quelli che amano le discussioni sottili, non quelli che si attardano con il principio di non contraddizione, con l’incongruenza linguistica dei concetti. Forse questi non esistono più, o non sono mai esistiti; parlo invece degli atei pratici, quelli che fanno a meno di Dio prima di aver deciso se c’è o non c’è. Ma penso anche a quelli che soffrono in questa loro anteprima di decidere. Il Sabato santo è fatto anche per quell’ateismo che è in noi, e in tante persone, che si dibattono tra dolore e amore, tra corpo e spirito, tra sensualità e misticismo.

Il venerdì santo della vita

http://www.disma.blog/2018/03/06/il-venerdi-santo-della-vita/

Ho apprezzato tanto questo post ed ho pensato di condividerlo. Lucetta

 

DISMA BLOG

Quando Gesù è morto, per gli Apostoli e per chi Lo seguiva è crollato il mondo. Nonostante la familiarità e la certezza che gli anni di frequentazione con Lui avevano generato in loro, il giorno della Sua morte sono tornate a galla le componenti più umane dei loro sentimenti.

Ho provato tante volte a immaginarmi cosa abbia potuto voler dire vedere finire – e nel peggiore dei modi, finendoci di mezzo pure loro – qualcosa in cui avevano sinceramente creduto, e che sembrava loro finalmente ben avviato. Chissà quante volte Gesù avrà spiegato loro che la strada verso il Suo trionfo non sarebbe stata come loro – umanamente e legittimamente – se la immaginavano. Chissà quanti episodi piccoli o grandi avrebbero dovuto far loro capire che la sofferenza e la sconfitta, e non il trionfo e la gloria umana, erano le cifre della grandezza che Gesù prometteva. Eppure erano uomini come noi, e quando Gesù ha perso e hanno vinto “i cattivi” hanno certamente pensato che fosse tutto finito.
Qualcuno di sicuro ha pensato di essersi illuso troppo, di aver fatto male a non tener conto di quel presentimento per cui “io in fondo lo sapevo che finiva male”.
Avevano mollato il lavoro, la vita sociale, gli amici, gli affetti, la famiglia, la propria donna, la reputazione, qualcuno pure la salute per seguire Gesù. Non è che non ci avessero investito: ci avevano puntato proprio tutto. E di colpo si sono trovati con niente in mano, con la vita rovinata: Lui aveva perso, e a loro restava la catastrofe addosso. Non avrebbero più potuto tornare alla vita di prima, e non avevano probabilmente nessuna prospettiva per il futuro. Tutto finito. Male. E in modo incontrovertibile, irreversibile, irrimediabile. Lui morto, loro fottuti.

Noi oggi sappiamo come è andata a finire, ma questo non ci risparmia un percorso molto simile nel momento in cui – e succede a tutti, prima o poi, almeno una volta – arriva il Venerdì Santo della vita. Non un momento di fatica o di dolore, per quanto enormi, ma proprio il momento in cui tutto ti crolla sotto i piedi. Quando davvero, in barba alla tua storia e ai segni evidenti che hai e hai avuto, pensi di essere stato raggirato, di esserci rimasto con il cerino in mano. Tutto crolla, le certezze muoiono, e improvvisamente ti guardi da fuori e ti vedi come uno stolto, rileggi la tua storia e ti dici “io in fondo lo sapevo che finiva male”.

E qual è l’errore più facile e più disastroso che possiamo commettere quando questo avviene (e avviene, senza necessariamente passare per grandi tragedie personali o avvenimenti catastrofici)? Quello di cedere alla tentazione di prendere decisioni in fretta. Perché l’uomo è fatto così: vuole decidere il Venerdì Santo stesso. La sera stessa della morte di tutto, sente il bisogno di fissare un punto e definire il prossimo passo. Se gli Apostoli avessero preso la loro decisione il Venerdì Santo, la Chiesa non esisterebbe.

Invece l’unica cosa saggia da fare, chiedendo la grazia di esserne capaci, è quella di saper esercitare la pazienza.
La Santa Pazienza di sopportare l’incomprensibile dolore del Venerdì Santo, non prendendo decisioni.
La Santa Pazienza di obbligarsi al silenzio del Sabato, quando ancora si è straniti e increduli, ma contemporaneamente si inizia a realizzare che è tutto successo per davvero.
La Santa Pazienza che ci saprà portare, immancabile, all’alba della Resurrezione. Che arriva, e improvvisamente capovolge tutti i verdetti.