La pace del cuore (11)

Pazienza verso il prossimo

Impariamo a restare calmi anche quando gli altri agiscono in modo che a noi sembra scorretto o ingiusto. Facciamo tutto quanto è nelle nostre possibilità per aiutarli, perfino riprenderli o correggerli, in funzione delle eventuali responsabilità che dobbiamo assumerci a loro riguardo, ma che tutto sia fatto nella dolcezza e nella pace.
Laddove siamo impotenti, restiamo tranquilli e lasciamo agire Dio. Quante persone perdono la pace perché pretendono di cambiare a tutti i costi quelli che li circondano. Il Signore ci domanda invece di sopportare con pazienza i difetti del nostro prossimo.
Riflettiamo: se il Signore non ha ancora trasformato questa persona, se non le ha ancora tolto questa o quella imperfezione, vuol dire che la sopporta qual è . Egli attende pazientemente il momento opportuno, quindi anch’io devo fare come Lui.
Devo pregare e pazientare. Perché essere esigente e più pressante di Dio ? ” Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore.
Guardate l’agricoltore: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d’autunno e le piogge di primavera. ” ( Gc 5,7)
L’esercizio della pazienza è tanto importante, perché opera in noi una purificazione assolutamente indispensabile. Crediamo di volere il bene degli altri o il nostro personale, ma questo volere è spesso frammisto ad una grande ricerca nascosta di noi stessi, di amor proprio, di attaccamento alle convinzioni personali, ristrette e limitate e che vorremmo imporre agli altri e talvolta anche a Dio. Dobbiamo liberarci a tutti i costi di questa ristrettezza di cuore e di giudizio, perché il bene che si realizza non sia quello che noi immaginiamo e concepiamo, ma quello che corrisponde ai disegni di Dio, tanto più vasti e belli.

Pazienza verso i nostri errori

Quand’anche una persona avesse fatto un certo cammino nella vita spirituale, desiderasse veramente amare il Signore con tutto il cuore, avesse imparato ad avere fiducia e ad abbandonarsi nelle sue mani in mezzo alle difficoltà, le resterebbe, tuttavia, ancora una circostanza in cui potrebbe spesso rischiare di perdere la pace, la quale viene molto spesso usata dal demonio per scoraggiarla e turbarla.
Si tratta della visione della propria miseria, dell’esperienza dei propri errori, delle cadute che potrebbe ancora fare in tale o tal altro ambito, malgrado la sua buona volontà.
Anche in questo caso è importante rendersi conto che la tristezza, lo scoraggiamento e l’inquietudine che proviamo, dopo avere commesso una colpa, non sono buoni sentimenti e che dobbiamo fare di tutto per dimorare nella pace.
Ecco il principio fondamentale che deve guidarci nell’esperienza quotidiana delle nostre miserie e delle nostre cadute: non si tratta tanto di compiere sforzi sovraumani per eliminare totalmente le nostre imperfezioni ed i nostri peccati ( la qual cosa è comunque fuori dalla nostra portata ) quanto di sapere ritrovare al più presto la pace quando ci capita di macchiarci di una colpa o quando siamo turbati dall’esperienza delle nostre imperfezioni, evitando tristezza e scoraggiamento.
Non è lassismo, né rassegnazione alla mediocrità, al contrario, si tratta di un modo per santificarci più rapidamente.
Dio agisce nella pace dell’anima. Non è grazie alle nostre forze che riusciremo a liberarci dal peccato, solo la grazia di Dio ne verrà a capo.
Piuttosto che prendercela con noi stessi, sarebbe più efficace ritrovare la pace per lasciar modo a Dio di agire. Un tale atteggiamento fa più piacere al Signore.
Cosa rende contento il Signore ? Quando dopo una caduta ci si tormenta e ci si scoraggia ? O quando si reagisce dicendo : ” Signore, ti chiedo perdono, ho peccato ancora: ecco cosa sono capace di fare, lasciato a me stesso. Ma mi abbandono fiducioso nella tua misericordia. Ti ringrazio di non avere permesso che peccassi ancora più gravemente. Ho fiducia in te: so che un giorno mi guarirai completamente. Nell’attesa ti chiedo che l’esperienza della mia miseria mi porti ad essere più umile, più dolce verso gli altri, più consapevole che nulla posso da solo, ma che devo sperare solo nel tuo amore e nella tua infinita misericordia.
Il turbamento, la tristezza, lo scoraggiamento che proviamo in seguito a insuccessi o colpe, raramente sono sentimenti puri che scaturiscono da un sincero dolore di avere offeso Dio. Essi si mescolano ad una buona parte di orgoglio. Siamo tristi scoraggiati, non tanto perché Dio è stato offeso, ma perché l’immagine ideale che abbiamo di noi è venuta brutalmente a crollare. Il nostro dolore è proprio quello dell’orgoglio ferito.
Questa sensazione dolorosa è un segno che rivela che abbiamo riposto fiducia esclusivamente in noi stessi, nelle nostre forze e non in Dio.

(continua)

 

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La pace del cuore (10)

I difetti degli altri

Ho riportato, come motivo frequente della perdita della pace interiore, l’inquietudine di fronte a un qualunque male che minaccia o colpisce la nostra persona o i nostri cari.
La risposta a tale evenienza: l’abbandono fiducioso nelle mani di Dio che ci libera da ogni male o che, se lo permette, ci dona la forza di sopportarlo e lo fa volgere a nostro vantaggio.
Questa risposta resterà valida per tutte le altre cause che ci fanno perdere la pace, delle quali ci interesseremo, e che sono casi particolari.
Capita spesso che perdiamo la pace a causa del comportamento – che ci affligge e ci preoccupa – di una o più persone , piuttosto che per una sofferenza che ci tocca o minaccia personalmente.
E’ il caso di un bene, dunque, che non è direttamente il nostro, ma al quale teniamo: il bene della nostra comunità, di una persona, ecc.
Una donna può essere nell’inquietudine perché non vede verificarsi la tanto desiderata conversione del marito. Il responsabile della comunità può perdere la pace perché una delle sue pecore fa il contrario di quanto egli si aspetti.
La risposta è dunque sempre la stessa : fiducia e abbandono.
Io devo fare quanto è nelle mie possibilità per aiutare gli altri a migliorarsi, in modo dolce e tranquillo, poi rimettere tutto al Signore che saprà come trarre profitto da tutto.
Dobbiamo fare attenzione non solo a volere e desiderare delle cose buone in se stesse, ma anche a farlo nel modo giusto.
Molto spesso pecchiamo proprio nel desiderare una cosa buona ma in modo sbagliato.
E’ normale che il superiore di una comunità voglia la santità di coloro che gli sono stati affidati. E’ cosa eccellente e conforme alla volontà di Dio, ma se costui si adira e perde la pace di fronte alle imperfezioni e allo scarso fervore dei suoi soggetti, di certo non e’ animato dallo Spirito Santo.
Abbiamo spesso questa tendenza: più la cosa che desideriamo è buona, certamente voluta da Dio, più ci sentiamo giustificati nell’esigerla con tanta impazienza ed insoddisfazione se non si realizza. Più qualcosa ci sembra importante, più ci preoccupiamo e ci agitiamo per raggiungerla. Ma questo è sbagliato.
Nella nostra vita spirituale spesso difettiamo in questo: non ci annoveriamo più tra quelli che volevano delle cose non buone e contrarie a Dio, ci mettiamo tra quelli che vogliono cose giuste e conformi alla Sua volontà.
Le vogliamo in maniera umana, inquieta e troppo frettolosa, facilmente scoraggiata e non secondo lo Spirito Santo, cioè in modo pacifico, libero e distaccato.
Tutti i santi insistono nel dire che dobbiamo moderare i nostri desideri, anche i migliori, perchè se desideriamo qualche cosa in maniera umana, come sopra descritto, l’anima si turba ed è inquieta, perde la pace e un simile atteggiamento intralcia le operazioni di Dio in essa e nel prossimo.

(continua)

La pace del cuore (9)

Atteggiamento di fronte alla sofferenza dei nostri cari

Rischiamo spesso di perdere la pace, nel caso in cui una persona a noi vicina venga a trovarsi in una situazione difficile. A volte siamo molto più toccati e preoccupati per la sofferenza di un amico o di un bambino che per la nostra. Questo in se è molto bello, ma non deve costituire motivo di disperazione. Quali inquietudini, talvolta eccessive regnano in alcune famiglie quando uno dei componenti è provato nella salute, disoccupato, vive un momento di depressione…Quanti genitori si lasciano consumare dalla preoccupazione per un problema di un loro figliolo. Tuttavia il Signore ci invita, anche in questo caso, a non perdere la pace interiore, per quell’insieme di ragioni esposte nelle pagine precedenti.
Il nostro dolore è legittimo, purché mantenuto in una condizione di tranquillità. Il Signore non potrebbe abbandonarci: ” Si dimentica forse una donna del suo bambino ? cosi da non commuoversi per il figlio delle sue viscere ? Anche se questa donna si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai ” ( Is 49,15)
E’ pur certo che più avanziamo nella vita cristiana, più la nostra compassione cresce. Mentre noi siamo per natura tanto indifferenti e duri, lo spettacolo della miseria del mondo e la sofferenza dei fratelli strappano lacrime ai santi, ai quali l’intimità con Gesù ha reso il cuore “liquido ” secondo l’espressione del Curato d’Ars. San Domenico passava le sue notti a supplicare il Signore, pregando e piangendo : ” Mia Misericordia, cosa ne sarà dei peccatori ? ”
Potremmo arrogarci il diritto di mettere seriamente in dubbio la validità della vita spirituale di una persona che non manifestasse una vera compassione per il prossimo.
La compassione dei santi è profonda, pronta a sposare tutte le miserie e ad alleviarle, ma è anche sempre dolce, calma e fiduciosa. Essa è frutto dello Spirito Santo.
Mentre la nostra compassione è spesso intrisa di preoccupazione e turbamento perché motivata più dall’amor proprio che da un vero amore.

E’ normale essere profondamente toccati dalla sofferenza di qualcuno che ci è caro, ma se a causa di questo ci tormentiamo fino a perdere la pace, significa che il nostro amore per questa persona non è ancora pienamente spirituale e puro, non è ancora fondato in Dio. Per essere una virtù cristiana, la compassione deve procedere dall’amore (che consiste nel desiderare il bene di una persona, nella volontà di aiutarla alla luce di Dio e in accordo coi suoi disegni ) e non nel timore ( paura della sofferenza, di perdere qualcosa o qualcuno ). Di fatto, dobbiamo riconoscere che troppo spesso il nostro atteggiamento di fronte ai nostri cari, che sono nella sofferenza, è più condizionato dalla paura che fondato sull’amore.

Dio ama infinitamente più di noi e meglio di noi quelli che ci sono vicini. Egli desidera che crediamo a quest’amore ed anche che sappiamo abbandonare tra le sue mani gli esseri a noi cari. Cosi facendo li aiuteremo in modo ben più valido. I nostri fratelli e sorelle che soffrono hanno bisogno di avere attorno a loro persone serene, fiduciose e gioiose. Saranno da esse aiutati molto più efficacemente che da persone preoccupate ed ansiose. Spesso la nostra falsa comprensione non fa che aggiungere tristezza alla tristezza e smarrimento allo smarrimento. Essa non è fonte di pace e di speranza per coloro che soffrono.
Ecco un esempio: una giovane donna soffre molto a causa di una forma di depressione, con paure angosciose che le impediscono spesso di uscire da sola in città. Ho parlato con la madre : scoraggiata, in lacrime, ha supplicato che si pregasse per la guarigione della figlia. Io rispetto infinitamente il dolore comprensibile di questa madre. Naturalmente abbiamo pregato per questa figlia, ma ciò che mi ha colpito è che più tardi, avendo avuto l’occasione di parlare con la giovane, mi sono reso conto che vive la sua sofferenza nella pace. Mi diceva. “Sono incapace di pregare, ma la sola cosa che non smetto mai di dire a Gesù è la parola del Salmo: Tu sei il mio pastore, non manco di nulla. ” Ho incontrato spesso casi del genere: una persona è nella prova e la vive meglio di quelli che la circondano, che si agitano e si preoccupano per lei.
Si devono accompagnare le persone che soffrono con una preghiera perseverante, sperarne la guarigione, fare  il possibile per ottenerla, ma occorre farlo in un clima di pace e di abbandono a Dio.
In tutte le persone che soffrono c’è Gesù.

L’aiuto migliore per affrontare serenamente il dramma della sofferenza possiamo attingerlo prendendo molto sul serio, il mistero dell’incarnazione e quello della croce.
Gesù ha rivestito la nostra carne, ha realmente preso su di sé le nostre sofferenze, e in tutte le persone che soffrono c’è Gesù che soffre.
Nel Vangelo secondo Matteo al capitolo 25, nella narrazione del giudizio finale, Gesù dice a coloro che hanno avuto cura dei malati, visitato i prigionieri, ecc: ” Ogni volta che avrete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me “Queste parole del Signore ci insegnano che”alla sera della vita saremo giudicati sull’amore ” e in particolare sull’amore verso i nostri fratelli bisognosi.
E’ un esortazione alla compassione; siamo chiamati ad impegnare tutte le nostre forze nell’alleviare queste sofferenze, ma anche a posare su di esse uno sguardo di speranza. In tutte le sofferenze c’è un germe di vita e di resurrezione poiché vi è Gesù in persona. Se davanti a qualcuno che soffre abbiamo questa convinzione che è Gesù che soffre in lui e completa quanto manca alla sua passione, per dirla come san Paolo, come essere disperati davanti a questa sofferenza? Cristo non è forse risorto ? La sua passione non è stata redentrice: ” Non continuate ad affliggervi come quelli che non hanno speranza ” ( 1 Ts 4, 13) dice san Paolo.

(continua)

La pace del cuore (8)

Non c’è abbandono se non è totale

A proposito dell’abbandono, è utile fare un’ osservazione. Perché l’abbandono sia autentico e generi pace, bisogna che sia totale. Dobbiamo rimettere tutto, senza eccezioni, nelle mani di Dio, senza cercare di amministrare o salvare nulla da soli sia nel campo materiale, sia nella sfera affettiva o in quella spirituale.
Non possiamo dividere l’esistenza umana in settori, in alcuni dei quali sia legittimo abbandonarsi a Dio con fiducia ed altri dove bisogna esclusivamente farcela da soli.
Occorre sapere quanto segue: tutte le realtà che non avremmo abbandonato, che vorremmo gestire da soli ( senza lasciare carta bianca a Dio ) continueranno, in un modo o nell’altro, a renderci inquieti. La misura della nostra pace interiore sarà quella del nostro abbandono, dunque anche quella del nostro essere distaccati.
L’abbandono comporta cosi una parte inevitabile di rinuncia, non necessariamente effettiva, ma come disposizione del cuore, una prontezza a lasciare a Dio la gestione della nostra vita con una libertà totale.

Questo ci risulta particolarmente difficile. Abbiamo una naturale tendenza a fare nostre un mucchio di cose: beni materiali, affetti, desideri, progetti. Ci costa terribilmente lasciare la presa, perché abbiamo l’impressione di perderci, di morire.
Proprio in quel momento, però, bisogna credere con tutto il cuore alla parola di Gesù, a questa legge del ” chi perde, vince ” talmente esplicita nel Vangelo . ” Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà ” ( MT 16,25)
Tali scrupoli sono frequenti per quelli che amano il Signore e intendono fare la sua volontà. Se Dio esige l’effettivo distacco da tale o tal altra realtà, ce lo farà comprendere chiaramente a tempo debito e ci donerà la forza necessaria. Sebbene in primo tempo sarà doloroso, a tale distacco seguirà una profonda pace.
L’atteggiamento giusto dunque consiste semplicemente nell’essere disposti a donare a Dio ogni cosa, senza nessuna paura e poi lasciarlo operare a modo suo, restando in atteggiamento di totale fiducia nella sua sapienza e nel suo amore: Dio prenderà o lascerà secondo ciò che meglio converrà per il nostro bene.

Che fare quando non riusciamo ad abbandonarci ?
Abbiamo posto questa domanda a Marthe Robin ( mistica francese, morta nel 1981).
Ci ha detto: “Abbandonarsi ugualmente ! ” Non mi permetto di proporne un’ altra. Questa risposta si ricollega alle parole di Santa Teresina : ” L’abbandono totale, ecco la mia sola legge.”
L’abbandono non è cosa naturale, e non è facile: è una grazia da chiedere a Dio. Ce la concederà, se lo preghiamo con perseveranza: ” Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto… ( Mt 7,7)

L’abbandono è un frutto dello Spirito Santo, ma questo Spirito il Signore non lo rifiuta a chi lo chiede con fede: ” Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono ! ” ( Lc 11,13).
Una delle più belle espressioni dell’abbandono fiducioso nelle mani di Dio è il Salmo 23: Il Signore è mio pastore: non  manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non  temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi  d’olio il mio capo. Il mio calice trabocca. Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni.

Vorremmo soffermarci su questa sorprendente affermazione della Scrittura, che Dio non ci lascia mancare di nulla.
Questo servirà a smascherare una tentazione molto comune nella vita cristiana e che paralizza enormemente il progresso spirituale. Per esempio : manco di salute, dunque non riesco a pregare come ritengo indispensabile fare. Oppure: la mia famiglia mi impedisce di organizzare le mie attività spirituali come vorrei. Non sono soddisfatto della mia vita, della mia persona, del mio stato, e vivo con la costante sensazione che fin quando le cose andranno in un tale modo, mi sarà impossibile vivere veramente e intensamente.
Quante nostre imperfezioni, di cui ci lamentiamo e vorremmo essere sbarazzati, potrebbero mutarsi in occasioni per progredire in umiltà e fiducia nella misericordia di Dio, e dunque nella santità. Il problema di fondo è che contiamo troppo sul discernimento personale di quello che è buono e quello che non lo è, e non abbiamo sufficiente fiducia nella saggezza di Dio.
Se qualcosa ci manca, è soprattutto il credere che “tutto è grazia “(S.Teresina)
Crescere e realizzarsi, in termini di cristianesimo, vuol dire imparare ad amare. Tanti aspetti della mia vita percepiti in un modo negativo potrebbero invece, se avessi più fede, essere delle preziose occasioni per amare di più: per essere più paziente, più umile, più dolce, più misericordioso, più distaccato, per abbandonarmi nelle mani di Dio.
Dio mi potrà lasciare talvolta mancare di alcune cose: di denaro, di salute, di virtù; ma non mi lascerà mai mancare se stesso e la grazia che mi permette di vivere ogni situazione in modo da progredire nell’amore.

(continua)

La pace del cuore (7)

Per crescere nella fiducia: una preghiera da bambino

Come crescere e dimorare in questa totale fiducia in Dio ? Non sarà sufficiente poggiarci su speculazioni intellettuali e considerazioni teologiche: non reggeranno nel momento della prova. Ciò che ci sosterrà sarà uno sguardo di contemplazione su Gesù. Contemplare Gesù che dona la sua vita per noi; nutrirci di questo amore folle che egli manifesta per noi sulla croce: ecco quanto veramente ispira fiducia. Come potrebbe questa suprema prova d’amore – ” Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici ” (Gv 15,13) – instancabilmente contemplata con uno sguardo di fede, non fortificare poco a poco il nostro cuore, stabilendolo in modo cosi evidente ? Cosa mai possiamo temere da un Dio che ha manifestato il suo amore in modo cosi evidente ? Come potrebbe non stare per noi, non agire a nostro favore, questo Dio amico degli uomini ” che non ha risparmiato, il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi ? (Rm 8,32) E ” se Dio è per noi, chi sarà contro di noi ? (Rm 8,31)

Ecco l’assoluta necessità della contemplazione per crescere nella fiducia. Molte persone vivono nell’inquietudine proprio perché non sono contemplative, nel senso che non prendono del tempo per nutrire il proprio cuore e per restituire ad esso la pace attraverso uno sguardo di fede e di amore posato su Gesù.
Per resistere alla paura e all’abbattimento bisogna mediante un incontro personale con Dio nella preghiera, poter “gustare e vedere com’è buono il Signore ” ( Salmo 34). Le certezze che vengono ad abitare il nostro cuore, come frutto della fedeltà alla preghiera, sono di gran lunga più forti di quelle che derivano dalla più alta teologia.

Così come sono incessanti gli assalti del male, i pensieri di scoraggiamento e di sfiducia, incessante ed instancabile deve essere la nostra preghiera. Quante volte mi è capitato di recarmi a fare l’ora quotidiana di adorazione davanti al Santissimo Sacramento in uno stato di preoccupazione e scoraggiamento, e senza che nulla di particolare fosse successo, senza aver detto né avvertito cose speciali, di uscirne col cuore placato! La situazione era esteriormente sempre la stessa, i problemi ancora da risolvere, ma il cuore era cambiato e poteva affrontarli nella pace. Lo Spirito Santo aveva lavorato nel segreto.
Non insisteremo mai abbastanza, dunque, sulla necessità dell’adorazione silenziosa, vera fonte della pace interiore. Come abbandonarsi a Dio, e avere fiducia in Lui, se non lo conosciamo che da lontano, senza un incontro personale ? ” Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono ” (Gb 42,5) disse Giobbe, e cosi potrà dire ogni uomo che persevera nella preghiera. Il cuore non si risveglia alla fiducia se non risvegliandosi all’amore e noi abbiamo bisogno di avvertire la dolcezza e la tenerezza del cuore di Gesù. Questo si raggiunge solo con la pratica della preghiera contemplativa.

Impariamo ad abbandonarci, a riporre una fiducia totale in Dio nelle grandi come nelle piccole cose, con la semplicità dei bambini, con la certezza di trovare tutto in Lui. Dio, allora manifesterà la sua tenerezza, la sua lungimiranza, la sua fedeltà in modo a volte sconvolgente. Sebbene ci tratti in certi momenti con apparente rudezza, Egli ci riserva spesso delicatezze di cui solo un amore tanto tenero e puro come il suo può essere capace. Alla fine della sua vita san Giovanni della Croce, in cammino verso il convento dove si sarebbero consumati i suoi ultimi giorni, malato, esausto da non poterne più, sente forte il desiderio di mangiare asparagi, come faceva nella sua infanzia. Vicino alla pietra dove siede per riprendere fiato eccone un mazzo, miracolosamente deposto. Tra le tante prove che saremo chiamati ad affrontare, faremo anche l’esperienza di queste delicatezze dell’Amore. Non sono riservate solo ai santi, esse sono per tutti i poveri che credono veramente che Iddio è loro Padre. Saranno per noi un potente incoraggiamento all’abbandono, molto più efficace di tutti i ragionamenti.
E’ la via della felicità, poiché se lo lasciamo agire a modo suo, Dio sarà capace di renderci infinitamente più felici, perché ci conosce e ci ama molto più di quanto noi stessi ci conosciamo e amiamo.
San Giovanni della Croce esprime questa stessa verità in altri termini: ” Tutti i beni mi sono stati donati a partire dal momento in cui non li ho più cercati “. Se ci stacchiamo da ogni cosa rimettendola nelle mani del Signore, egli ci renderà molto di più: ” Il centuplo in questa vita ” (Mc 10,30)
Dio domanda tutto, ma non necessariamente prende tutto
A proposito di quanto considerato, è importante però sapere smascherare un’ astuzia frequente del demonio per infastidirci e scoraggiarci. Di fronte a certi beni di cui disponiamo ( un bene materiale, un attività che amiamo, ecc ) il demonio, per impedire che ci abbandoniamo a Dio, ci fa immaginare che, se gli rimettiamo tutto, Dio effettivamente prenderà tutto e divorerà ogni cosa nella nostra vita !.
Questo suscita in noi un terrore che ci paralizza completamente; ma non bisogna lasciarsi prendere in trappola. Molto spesso il Signore ci chiede soltanto un atteggiamento di distacco a livello del cuore.
Ci chiede di essere disposti a donargli tutto, ma non toglie necessariamente tutto. Ci lascia il pacifico possesso di molte cose, quando esse non siano cattive di per se stesse e possano essere utili ai suoi disegni, arrivando anche a rassicurarci di fronte agli scrupoli che potremmo avere, a volte perché godiamo di certi beni o certe gioie umane. (continua)

La pace del cuore (6)

La nostra difficoltà a credere nella Provvidenza

Il primo ostacolo consiste nel fatto che, fino a quando non avremo sperimentato concretamente questa fedeltà di Dio che si prende cura di noi, avremo dei problemi a credere veramente e ad abbandonarci ad essa. Siamo delle teste dure, la parola di Dio non ci basta, vogliamo vedere almeno un po’ prima di credere !
Dobbiamo capire una cosa, non si tratta di sperimentare per poi credere; bisogna prima credere, fare atti di fede, e allora si sperimenterà. In altre parole, possiamo verificare questo sostegno di Dio soltanto nella misura in cui gli lasciamo lo spazio necessario in cui potersi manifestare.
Vorrei portate un esempio: fin quando una persona che deve saltare col paracadute non si sarà gettata nel vuoto,non potrà sentire le corde del paracadute che la sostengono. Bisogna prima fare il salto, solo in seguito ci si sentirà portati. Cosi è anche nella vita spirituale: “Dio dona nella misura che attendiamo da lui ” dice san Giovanni della Croce; come pure san Francesco di Sales: ” La misura della divina Provvidenza a nostro riguardo è la fiducia che riponiamo in essa “
Proprio questo è il vero problema. Molti non credono alla provvidenza perchè non ne hanno mai fatto l’esperienza, e non possono fare l’esperienza perchè non si decidono a fare il salto nel vuoto, il passo nella fede. Non lasciamo mai al Signore la possibilità d’intervenire: calcolano tutto, prevedono tutto, cercano di risolvere ogni cosa, contano esclusivamente su dei mezzi umani. I fondatori di ordini religiosi procedono con audacia in questo spirito di fede, acquistano case senza avere un soldo, accolgono poveri pur non avendo di che nutrirli. E Dio compie miracoli per essi: arrivano degli assegni, si riempiono i granai. Troppo spesso, però, qualche generazione più tardi si perde questa bella audacia: tutto è pianificato, contabilizzato, non si affronta una spesa senza la certezza di poterla sostenere con i mezzi a disposizione. Come potrà manifestarsi la Provvidenza ? non c’è spazio per lei!
Quanto diciamo è ugualmente valido sul piano spirituale. Se un sacerdote prepara tutti i sermoni e le conferenze, per essere sicuro di non venire mai preso alla sprovvista davanti al suo auditorio, e non ha mai l’audacia di lanciarsi nella predicazione col sostegno della preghiera e della confidenza in Dio, come potrà fare questa esperienza tanto bella dello Spirito Santo che parla per mezzo delle sue labbra ?
Ricordiamoci le parole del Vangelo. ” Non preoccupatevi di come o di cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire; non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. ” (Mt 10,19-20)

La paura della sofferenza

L’altro grande elemento che costituisce impedimento all’abbandono fiducioso a Dio, è la presenza della sofferenza nella nostra vita personale come nel mondo che ci circonda, di tutte queste sfortune che sembrano contraddire le parole del Vangelo su Dio Padre, che prende cura dei suoi figli. Dio permette delle sofferenze anche per coloro che si abbandonano a lui, lasciando che manchino di alcune cose, a volte in modo doloroso. In quale povertà ha vissuto la famiglia della piccola Bernadette di Lourdes!
Questo non smentisce la parola di Dio. Il Signore potrà certo lasciarci mancare in alcune cose – giudicate talvolta indispensabili agli occhi del mondo – ma non ci lascerà mai senza l’essenziale: la sua presenza, la sua grazia, e tutto ciò che necessita alla piena realizzazione della nostra vita secondo i suoi progetti su di noi. Se Egli permette delle sofferenze, la nostra forza risiede proprio nel credere come dice Teresa del Bambino Gesù, che Dio non permette delle sofferenze inutili. Nell’ambito della nostra vita personale, come in quello della storia del mondo, dobbiamo essere convinti che Dio è tanto buono e potente da utilizzare in nostro favore tutto il male, qualunque esso sia, e tutte le sofferenze, per assurde e inutili che possano sembrare. Di questo non possiamo avere alcuna certezza matematica o filosofica; possiamo solo fare un atto di fede. Proprio a questo atto di fede ci invita la proclamazione della risurrezione di Gesù, accolta come il segno della vittoria definitiva di Dio sul male.
Il male è un mistero, uno scandalo e lo rimarrà per sempre. Bisogna fare quanto possibile per eliminarlo ed alleviare la sofferenza che procura. Esso resta comunque sempre presente nella nostra vita. Il suo posto nell’economia della redenzione appartiene alla saggezza di Dio, che non è la saggezza degli uomini, ed avrà sempre in sé qualcosa di incomprensibile.
” Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie, oracolo del Signore. Quanto cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. ” (Is 55,8-9)
In alcuni momenti della sua vita il cristiano sarà invitato a credere a dispetto delle apparenze, a ” sperare contro ogni speranza ” ( RM 4,18): come Abramo, come Maria ai piedi della croce. Si verificano inevitabilmente delle circostanze in cui non possiamo comprendere il perché dell’agire di Dio. Siamo invitati allora a non disperare e a credere che non è la saggezza degli uomini ad intervenire, bensì la saggezza divina, misteriosa ed incomprensibile. E’ un bene non potere sempre capire tutto! Come sarebbe altrimenti possibile lasciare la saggezza di Dio libera di agire secondo i suoi disegni ? Come potrebbe esserci spazio per la fiducia ?
E’ vero che in molte circostanze non agiremmo proprio come Dio! Non avremmo certo scelto la follia della croce come mezzo di redenzione! Fortunatamente, però, è la saggezza di Dio – e non la nostra – a dirigere ogni cosa, poiché è infinitamente più potente e ricca d’amore e, soprattutto, più misericordiosa della nostra.
Se la saggezza di Dio supera ogni concetto umano, nel suo modo d’agire a nostro riguardo, dobbiamo convincerci che proprio in questa incomprensibilità si trova la garanzia che ciò che prepara , per coloro che sperano in essa, supera infinitamente in gloria e bellezza quanto possiamo immaginare e concepire. ” Sta scritto, infatti: quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore d’ uomo, queste ha preparato Dio per color che lo amano ” ( 1 Cor 2,9)
La saggezza dell’uomo non può produrre che opere a misura d’uomo, solo la saggezza divina può realizzare cose divine. Ed è a grandezze divine che siamo predestinati. Ecco qual è la nostra forza di fronte al male: una fiducia di bimbo in Dio, nel suo amore e nella sua saggezza, la ferma certezza che ” Dio fa concorrere tutto al bene di coloro che lo amano ” ( Rm 8,28) e che ” le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi ” (Rm 8,18)

La pace del cuore (5)

Come reagire a quanto ci fa perdere la pace

Generalmente perdiamo la pace a causa del timore suscitato da alcune situazioni che ci toccano personalmente e nelle quali ci sentiamo minacciati, dall’apprensione di fronte a difficoltà presenti o future, della paura di essere privi di qualcosa di importante o di non riuscire in tale o tal altro progetto ecc. Gli esempi possono essere infiniti e toccare tutti i settori della nostra vita: salute, vita familiare e professionale, vita morale, la stessa vita spirituale in fine.
Nei casi elencati si tratta di un certo bene, di natura molto variabile: bene materiale ( denaro, salute, potere) morale ( capacità umane, stima, affetto di alcune persone) spirituale ( virtù,, doni e grazie spirituali), bene che desideriamo e riteniamo necessario, che abbiamo paura di perdere o di non acquisire, o bene di cui effettivamente manchiamo. L’inquietudine provocata dalla mancanza o dalla paura di mancare ci fa perdere la pace.
Cosa può permetterci di rimanere sempre in pace in questo genere di situazioni ? La saggezza umana, con le sue precauzioni, le sue previsioni, le riserve ed assicurazioni d’ogni sorta, non basta di certo.
Chi può garantire a se stesso il possesso duraturo di un bene qualsiasi ? Non è certo grazie a calcoli e preoccupazioni che riusciremo a cavarcela. ” E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un ora sola alla sua vita ? ” ( Mt 6,27)
L’uomo non ha mai la certezza matematica di ottenere qualcosa e tutto quanto tiene tra le mani può sfuggirgli da un momento all’altro.
Non vi è alcuna garanzia umana su cui poggiarsi saldamente.
Gesù ci dice: ” Chi vorrà salvare la propria vita la perderà ” (Mt 16,25). Il modo più sicuro per perdere la pace è proprio il cercare di assicurarsi la propria vita, di acquistare o conservare un bene qualsiasi con l’aiuto della sola industria umana. In quali tormenti ed inquietudini si mette la persona che cerca di salvarsi in questo modo, considerate le sue forze limitate, l’impossibilità di prevedere tante cose, le delusioni che possono provocare gli avvenimenti o le persone sulle quali si fa affidamento!
Per conservare la pace in mezzo ai rischi dell’esistenza umana non abbiamo che un unica soluzione: appoggiarci a Dio solo, con una totale fiducia in lui. Confidare in lui come in un padre che sa di cosa abbiamo bisogno, secondo l’insegnamento del Signore: ” Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo ed il corpo più del vestito ? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, nè mietono, nè ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro ? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita ? E perchè vi affannate per il vestito ? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavoravo, e non filano: Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste cosi l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede ?
Non affannatevi dunque dicendo : Che cosa mangeremo ? che cosa berremo ? Che cosa indosseremo ? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste sa di cosa avete bisogno: Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
Non affannatevi dunque per il domani, perchè il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascuno giorno basta la sua pena” (Mt 6,25-34)

Gesù, con queste parole, non intende certo proibirci di fare il necessario per guadagnare il nostro nutrimento, di provvedere ai nostri indumenti e a tutte le necessità. Egli vuole liberarci da quella preoccupazione che rode e fa perdere la pace. Tuttavia, molti sono scandalizzati da questo modo di vedere le cose. Eppure potrebbero risparmiarsi tante sofferenze e tormenti inutili, se solo prendessero sul serio questa parola di Dio, che è parola d’amore, di consolazione e di tenerezza. Questo è il grande dramma: l’uomo non ha fiducia in Dio. Cerca allora in ogni circostanza di cavarsela con le proprie forze, si mette in ansia e si rende terribilmente infelice, invece di abbandonarsi fiducioso nelle mani tenere e pietose di suo padre.
Com’è però giustificata questa mancanza di fiducia ! Non è assurdo che un bambino dubiti cosi di suo padre, quando questi è il migliore ed il più potente che possa esistere, quando è il Padre celeste ?Malgrado ciò, è in questa assurdità che viviamo tanto spesso. Ascoltiamo il dolce rimprovero che ci rivolge il Signore, attraverso le parole di santa Caterina da Siena:” Perchè non hai fiducia in me, tuo Creatore ? Perchè contare su te stesso ? Non sono forse fedele e leale con te ? Riscattato e ristabilito nella grazia in virtù del sangue del mio Figlio unico, l’uomo può dunque dire di avere sperimentato la mia fedeltà. Sembra tuttavia dubitare ancora che io sia sufficientemente potente per soccorrerlo, forte per assisterlo e difenderlo dai suoi nemici, saggio per dare luce agli occhi della sua intelligenza, e clemente per volergli donare quanto necessiti per la sua salvezza, Sembrerebbe credere che io non abbia ricchezza e bellezza a sufficienza per fare la sua fortuna e donargli bellezza. Si potrebbe dire che abbia paura di non trovare presso di me pane per essere nutrito o indumenti per essere rivestito ” (Dialoghi, cap.140)
Quanti giovani, ad esempio, esitano a donargli interamente la loro vita perchè dubitano che Dio sia capace di renderli pienamente felici, e cercando si assicurarsi la felicità da soli, si rendono infelici! E’ proprio allora che il padre della menzogna, l’accusatore, riporta la sua vittoria: quando riesce a mettere nel cuore di un figlio di Dio la diffidenza nei confronti di suo padre!
Tutti gli uomini vengono al mondo segnati da questa diffidenza: questa è la traccia in noi del peccato originale. Tutta la nostra vita spirituale consiste appunto in un lungo processo di guarigione e di rieducazione, il cui scopo è il ritrovamento di questa fiducia perduta, aiutati dalla grazia dello Spirito santo che ci rende poco a poco capaci di dire in verità: Abbà, padre ! E’ pur vero che questo recupero della fiducia nei confronti di Dio è per noi particolarmente difficile, lungo nel tempo e penoso. Si presentano due ostacoli principali.

(continua)

La pace del cuore (4)

La buona volontà, condizione necessaria alla pace

La pace interiore, di cui trattiamo, dipende fondamentalmente dall’atteggiamento nei confronti di Dio. La pace interiore è dono di Dio, l’uomo che gli si oppone, che più o meno coscientemente lo rifugge o rifugge alcuni dei suoi appelli o delle sue esigenze, non potrà godere di una vera pace. Notiamo però una cosa: quando qualcuno è vicino a Dio, l’ama e desidera servirlo, sarà in grado di ricevere il dono della pace; l’ordinaria strategia, messa in atto dal demonio, consisterà nel cercare di fargli perdere questa pace del cuore, mentre Dio al contrario, viene in suo aiuto per rendergliela.

I fattori di questa legge si invertono per una persona che è lontana da Dio e che vive nel male e nell’indifferenza: il demonio cercherà di tranquillizzarla, di mantenerla in una falsa pace; mentre il Signore, che desidera la sua salvezza e la sua conversione, turberà ed agiterà la sua coscienza per cercare di condurla al pentimento.
La pace di un uomo non può essere profonda e duratura, se egli è lontano da Dio, se la sua più profonda volontà non è interamente orientata verso Lui: ” Tu ci hai fatti per te, Signore, ed il nostro cuore è inquieto se non riposa in Te. ” (Sant’Agostino).

Condizione generale alla pace interiore è dunque quanto potremmo definire la buona volontà. Si potrebbe parimenti chiamare purezza di cuore.
E’ quella stabile e costante disposizione d’animo dell’uomo deciso ad amare Dio più di ogni altra cosa, sinceramente desideroso di anteporre in tutte le circostanze la volontà di Dio sulla sua.
Potrà succedere – accadrà sicuramente – che nella vita di tutti i giorni il suo comportamento non sia in perfetta armonia con questo proponimento. Molte imperfezioni si sommeranno nella realizzazione di questo desiderio, ma egli ne soffrirà, ne domanderà perdono al Signore e cercherà di correggersi.
Dopo gli smarrimenti eventuali, si sforzerà di rientrare in questo sì a Dio in tutto, senza eccezione.Ecco cos’è la buona volontà.

Non è la perfezione, in quanto può ben coesistere con delle esitazioni, delle imperfezioni, con degli errori, ma è la via verso di essa, perchè proprio questa disposizione abituale del cuore ( fondata su virtù quali fede, speranza, carità ) che permette alla grazia di Dio di condurci poco a poco alla perfezione.
Questa buona volontà, questa abituale determinazione di dire sempre di si a Dio, nelle grandi come nelle piccole cose, è una conditio sine qua non della pace interiore.
Fin quando non avremo acquisito questa determinazione, continueranno a dimorare in noi una certa inquietudine ed una certa tristezza: l’inquietudine di non amare Dio tanto quanto Egli ci invita ad amarlo, la tristezza di non averGli ancora donato tutto.

Perchè l’uomo che ha donato la sua volontà a Dio, in un certo qual modo gli ha donato tutto. Fin quando il nostro cuore non avrà così trovato la sua armonia, non potremo essere veramente in pace. Esso non sarà unificato che nel momento in cui tutti i nostri desideri saranno subordinati al desiderio di amare Dio, di piacere a Lui e di fare la sua volontà. Ciò implica, ben inteso, anche la determinazione a staccarsi da tutto quanto sarebbe contrario a Dio.
La buona volontà, condizione sufficiente alla pace. Possiamo anche affermare che questa buona volontà è sufficiente per mantenere il proprio cuore nella pace, anche se, malgrado ciò, abbiamo ancora molti difetti e mancanze: ” Pace in terra agli uomini di buona volontà ” (testo latino della Vulgata).
In effetti, cosa ci domanda Dio, se non questa buona volontà ? Cosa potrebbe pretendere di più, Egli che è un Padre buono e compassionevole, quando vede che suo figlio desidera amarlo sopra ogni cosa, soffre di non amarlo a sufficienza ed è disposto ( anche se si ritiene incapace di farlo con la propria forza) a staccarsi da tutto ciò che gli sarebbe contrario? Non sta forse a Dio stesso intervenire per portare a buon fine questi desideri che l’uomo, lasciato alle sue sole capacità, non è in grado di realizzare ?
A santa Geltrude, nostro Signore aveva risposto: ” In tutte le cose e al di sopra di tutto abbi buona volontà; questa sola disposizione donerà alla tua anima lo splendore e il merito speciale di tutte le virtù. Chiunque abbia buona volontà, desiderio sincero di lavorare per la mia gloria, rendermi grazie, partecipare alle mie sofferenze, amarmi, e servirmi tanto quanto le creature insieme, riceverà senza dubbio ricompense degne della mia generosità e il suo desiderio sarà talvolta più vantaggioso di quanto non lo siano, per altri, le loro buone opere .

(continua)

La pace del cuore (3)

Le ragioni per cui perdiamo la pace sono sempre cattive ragioni

Uno degli aspetti dominanti della lotta spirituale è la lotta sul piano dei pensieri. Spesso consiste nell’opporre a pensieri che provengono dal nostro spirito, dalla mentalità che ci circonda, oppure dal nemico e che ci turbano, ci spaventano o ci scoraggiano, dei pensieri che possano ristabilire in noi la pace. In previsione di questa lotta, “ beato l’uomo che ha piena la faretra ” di queste frecce che sono i buoni pensieri, vale a dire quelle solide basate sulla fede, che nutrono l’intelligenza e fortificano il cuore nel momento della prova. Tra queste frecce nella mano dell’eroe, una delle affermazioni che deve esserci sempre presente è che tutte le ragioni che ci fanno perdere la pace sono sempre delle cattive ragioni.

Questa convinzione non può certo basarsi su considerazioni umane, ma è una certezza di fede, fondata sulla parola di Dio. Non poggia sulle ragioni del mondo; Gesù ce lo ha detto chiaramente: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io  la dò a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore”. Se cerchiamo la pace come la dà il mondo, cioè se ci aspettiamo una pace secondo i criteri di vita che fanno dipendere lo stato interiore dal buon andamento delle cose esteriori, dall‘assenza di contraddizioni, dalla realizzazione di tutti i nostri desideri ecc, sicuramente non saremo mai in pace, oppure la nostra pace sarà estremamente fragile e di breve durata.

Per noi credenti, il motivo essenziale per il quale possiamo rimanere sempre nella pace non viene dal mondo: ” Il mio regno non è di questo mondo “, dice Gesù viene dalla fiducia nella promessa del Signore. Quando Egli afferma di donarci la pace, di lasciarci la pace, questa è parola divina ed ha la stessa forza creatrice di quella che ha fatto sorgere dal nulla il cielo e la terra, lo stesso potere di quella che ha calmato la tempesta o di quella che ha guarito e resuscitato i morti.

Poichè Gesù dice -per ben due volte!- che ci dà la sua pace, noi crediamo di averla in possesso e che essa non venga mai ritirata: “I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!” Siamo  noi che non sempre li sappiamo accogliere e conservare, perché molto spesso manchiamo di fede.
” Vi ho detto questo perchè abbiate pace in me. Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo ! ” (GV 16,33)
In Gesù possiamo sempre dimorare nella pace, perchè Egli ha vinto il mondo, ha vinto ogni male e peccato, perchè è resuscitato dai morti.

Con la sua morte ha vinto la morte, ha annullato la sentenza di condanna che gravava su di noi. Ha manifestato la benevolenza di Dio a nostro riguardo. E ” se Dio è per noi, chi sarà contro di noi ?… Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo ? ” (Rm 8,31)
Partendo da questo incrollabile fondamento della fede, esamineremo più avanti alcune situazioni nelle quali ci capita sovente di perdere più o meno la pace del cuore, cercando di superarle alla luce dell’insegnamento del Vangelo.
Prima però vorremmo far capire qual è, da parte nostra, la condizione fondamentale per essere in grado di ricevere la pace promessa da Gesù.

(continua)

La pace del cuore (2)

E’ molto frequente che la lotta spirituale consista esattamente in questo: difendere la pace interiore dal nemico che si sforza di rapircela. In effetti, una delle abituali strategie messe in atto dal demonio per allontanare un anima da Dio e ritardarne il progresso spirituale, è tentare di farle perdere la pace interiore.
Ecco cosa dice in merito uno dei più grandi maestri spirituali del sedicesimo secolo, molto stimato da san Francesco di Sales: “ Il demonio si sforza con tutto se stesso di bandire la pace dal nostro cuore, perché sa che Dio dimora nella pace ed è nella pace che opera grandi cose. Sarà molto utile rammentarlo perché spesso, nello svolgimento quotidiano della nostra vita cristiana, accade che sbagliamo combattimento cioè mal orientiamo i nostri sforzi. Combattiamo su un terreno dove il diavolo ci trascina sottilmente e sul quale può vincerci, invece di combattere sul vero campo di battaglia dove, con la grazia di Dio siamo sempre sicuri di vincere. Questo è uno dei grandi segreti della lotta spirituale: non sbagliare combattimento, sapere discernere, malgrado le astuzie dell’avversario.
E’ errata la convinzione che, per riportare la vittoria nella lotta spirituale, occorra vincere tutti i nostri difetti, non soccombere mai alla tentazione, non avere debolezze e mancanze. Su questo terreno saremo immancabilmente sconfitti ! Perché chi di noi può avere la pretesa di non cadere mai ? Non è certo questo che Dio esige,”Poiché Egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere ” Salmo 103.
Al contrario, la vera lotta spirituale, più che perseguire una invincibilità e una infallibilità assolutamente fuori dalla nostra portata, consiste nell’imparare a non turbarci eccessivamente quando ci capita di essere miseri e a saper approfittare delle nostre cadute per rialzarci più in alto: cosa sempre possibile, a condizione di non perderci d’animo e di conservare la calma. Si potrebbe dunque a ragione enunciare questo principio: il primo obiettivo della lotta spirituale, verso cui devono tendere i nostri sforzi, non è ottenere sempre la vittoria ( sulle nostre tentazioni, sulle nostre debolezze, ecc ), è piuttosto imparare a custodire il proprio cuore nella pace in tutte le circostanze, anche in caso di sconfitta. Solo cosi facendo potremo raggiungere l’altro scopo che è l’eliminazione progressiva delle nostre imperfezioni.Dobbiamo mirare a questa vittoria completa sui nostri difetti e desiderarla, ma essere ben consapevoli che non bastano le nostre forze, e non pretendere di ottenerla immediatamente. E’ unicamente la grazia di Dio che ci darà la vittoria e la sua azione sarà tanto potente e rapida, se sapremo mantenere l’anima nostra in pace ed abbandonarci con fiducia nelle mani del Padre.